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Alla scoperta dei Fenici.
Sophie Scholl.
Raoul Wallenberg.

ALLA SCOPERTA DEI FENICI.


UN SITO MOLTO INTERESSANTE PER I BIMBI.

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ALLA SCOPERTA DEI FENICI.

L’unica nota dolente del documentario, nella scena 9: dove dice attorno al 1200 A. C, i Fenici scelsero di satbilirsi in una striscia di terra stretta tra il mare e i monti, dove si trova l’odierna costa siriana. Qui fondarono una serie di città – stato indipendente, le più importanti furono: Biblo, Sidone e Tiro.

E’ esatto dire dove si trova l’esatta costa libanese, Biblos (dista 45 km da Beirut), sidone e tiro sono nel sud del Libano.

Jardin de l'Hotel Clos des Iris - Moustiers Sainte Marie - France.

Invece quetso sito è più adatto ai più grandi.

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I FENICI – LA STORIA.

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SOPHIE SCHOLL.


SOPHIE SCHOLL E I MARTIRI DELLA ROSA BIANCA.

La Rosa Bianca è il nome di un gruppo di studenti tedeschi che pagarono con la vita la loro opposizione al regime nazista. La Weiße Rose era composta da Hans Scholl, sua sorella Sophie Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell, Will Graf, tutti poco più di ventenni, cui si unì successivamente il professore Kurt Huber.

Hans Scholl nasce il 22 settembre 1918 a Ingersheim, da Robert Scholl sindaco della cittadina, liberale, pacifista e anti-nazionalista e Magdalene Müller , infermiera. Un anno prima era nata Inge e succesivamente alla famiglia si aggiungeranno Elisabeth nel 1920, Sophie nata a Forhtenberg il 9 maggio 1921, Werner nato il 1922, Thilde nata nel 1925 e vissuta pochi mesi. Agli Scholl appartiene di fatto anche il piccolo Ernest rimasto orfano di padre.

Il protestantesimo convinto della madre porta i figli ad avvicinarsi alla religione e a frequentare la chiesa.

Nel settembre 1930 alle elezioni per il parlamento, il partito Nazionalsocialista ottiene il primo di una serie di sucessi, che l’avrebbero portato in meno di tre anni a conquistare il potere. Sono tempi di crisi economica, che provoca una disastrosa inflazione, la svalutazione del marco e un’altissima disoccupazione.

Nel 1932 la famiglia si trasferisce a Ulm.
nonostante la contrarietà del padre, anche Hans, Inge e Sophie subiscono il fascino della propaganda del regime e iniziano a partecipare alle attività delle organizzazioni giovanili naziste, a cominciare dalla Hitler-Jugend, la Gioventù  Hitleriana. Tuttavia, dopo un paio di anni, se ne allontana avendo compreso che non sono quegli sapzi di realizzazione personale e comunitaria che avevano inizialmente immaginato.

Hans si accosta alla dj.1.11, fondata da Eberhard Köbel detto Tusk, un gruppo giovanile vietato dal regime, che coltiva il mito dei popoli del grande nord, dei lapponi e dei russi e propone il lungo viaggio come strumento di ricerca della propria dimensione, non potendosi provare la loro appartenenza ai movimenti vietati.

All’allontanamento degli Scholl dalle idee naziste contribuisce la vasta preparazione culturale che acquiscono nel loro cammino  di ricerca umana e spirituale. Leggono Platone, Aristotole, Agostino, Anselmo di Canterbury, Abelardo, Tommaso d’Aquino, Pascal, Kiekegaard, Newman, Nietzsche, Dostoevskij, Tommaso moro, Lao-Tze, scritti buddisti e confuciani, il Corano e tanti altri testi. Ma al centro della loro attenzione restano il vangelo e le ragioni di un cristianesimo depurato dai compromossi con il potere. La lettura degli autori del rinnovamento cattolico francese, sarà alla base del loro progressivo avvicinamento al cattolicesimo.

Ad influenzare la loro scelta è anche l’amicizia con Otto (Oti) Aicher, che vive a Söflingen, un quartiere in cui è presente una forte resistenza cattolica al nazismo, animata dal parroco Franz Weiss. Oti diffonde le idee del Quickborn (sorgente della vita), un movimento cattolico guidato da Romano Guardini che si propone di rinnovare la liturgia e la concezione della chiesa, vede solo in Cristo la guida della gioventù e proclama il triplice diritto dei giovani nella formula “Gioventù, Libertà e Gioia”.

Nel 1937 comincia il rapporto sentimentale ed epistolare tra Sophie e Fritz Hartnagel, allievo della scuola ufficiali di guerra a Potsdam e poi ufficiale in servizio attivo su diversi fronti della seconda guerra mondiale. Pur volendo rimanere fedele al suo compito, Fritz condivide lo stesso desiderio di giustizia e libertà di Sophie, che lo porterà ad abbracciare idealmente le ragioni della resistenza.

Il 12 marzo 1938 le truppe tedesche entrano in Austria, che viene annessa al Reich. In maggio Hitler minaccia la Cecoslovacchia reclamando il territorio dei Sudeti. In settembre le potenze europee firmano  l’acccordo di Monaco che dà il via libera all’annessione dei Sudeti. Il 1° ottobre comincia l’occupazione dei territori da parte delle truppe tedesche. Il 15 marzo 1939 la Germania invade la Cecoslovacchia. Il 23 agosto 1939 viene firmato il patto di non aggressione Hitler-Stalin e il 1° settembre con l’invasione della Polonia comincia la seconda guerra mondiale.
La primevara del 1941 è l’anno dell’incontro dei membri della futura Rosa Bianca con Carl Muth e Theodor Haecker, due intelettuali cattolici anti-nazisti, il cui pensiero influenzerà molto le scelte di resistenza del gruppo.

Nel giugno 1941, inizia l’attacco all’Unione Sovietica.
Nel gennaio 1942 il padre degli Scholl, Robert è denunciato da una sua impiegata per aver definito Hitler “un flagello di dio e per aver detto che la guerra alla Russia è un massacro insensato e che i sovietici avrebbero finito per conquistare Berlino. Prelevato della Gestapo e interrogato, viene rilasciato ma successivamente verrà condannato a quattro mesi di carcere, che significheranno anche la rovina economica della famiglia.

All’inizio di maggio 1942, Sophie Scholl si trasferisce a frequentare l’Università e qui conosce le persone con cui condividerà le sorti della Rosa Bianca: i commilitoni di suo fratello nella seconda compagnia studentesca Willi Graf e Alexander Schmorell, l’amico di quest’ultimo Christoph Probst e il professor Kurt Huber che tiene un corso di filosofia su Leibniz.

LOUVRE - PARIS juin 2009.

i primi quattro volantini della Rosa Bianca sono scritti a macchina da Hans Scholl e Alexander Schmorell, ciclostilati e spediti in qualche centinaio di copie, tra il 27 giugno e il 12 luglio 1942, a indirizzi scelti a caso negli elenchi telefonici, privilegiando professori e intelettuali o lasciati in locali pubblici, alle fermate dell’autobus, nelle cabine telefoniche, o gettati dai tram di notte.

Subito la Gestapo si mette a indagare sugli autori degli scritti, senza esito.
Nell’estate 1942, Hans Scholl, Schmorell e Graf partono per un tirocinio medico di tre mesi sul fronte russo, un viaggi attraverso la Polonia che li rende ulteriormente consapevoli degli orrori della guerra e fa loro conoscere la grandezza del popolo russo e dei suoi intelettuali.

Rientrati a Monaco nelle notti del 1, 8 e 15 febbraio 1943, i membri della Rosa Bianca scrivono sui muri dell’Università e di altri edifici un’ottantina di slogan anti-hitleriani.
Distribuiscono un quinto volantino, firmato “Movimento di resistenza in Germania”, cui collabora anche Kurt Huber, l’unico professore di Monaco che osa fare commenti anti-nazisti nelle sue lezioni, autore anche del volantino successivo.

Il 18 febbraio 1943 Hans e Sophie Scholl si recano all’Università con una valigia contenente 1500 copie del sesto volantino, da distribuire clandestinamente. Dopo averli diffusi per i vari piani dell’edificio, Sophie dà una spinta ad una risma di volantini appoggiata sulla balaustra del seocndo piano che volano nell’atrio. Un impiegato dell’Università li nota e li ferma, portandoli del rettore, che essi oppongano resistenza. Vengono arrestati. Nel giro di pochi giorni, la stessa sorte tocca agli altri membri della Rosa Bianca e a circa ottanta persone ad essi anche lontanamente collegate.

I funzionari della Gestapo che interrogano Sophie rimangono sorpresi dal coraggio e dalla determinazione con cui la ragazza rivendica le proprie ragioni di dissenso dal nazismo e ammette le responsabilità sue e del fratello, che pure ha confessato, cercando di attribuirle interamente ad entrambi per scagionare gli altri membri della Rosa Bianca.

I fratelli Scholl e Cristoph Probst vengono processati a Monaco il 22 febbraio 1943. Dichiara Sophie durante il processo: “sono in tanti a pensare quello che noi abbiamo detto e scritto, solo che non osano esprimerlo a parole”. Dopo cinque ore il giudice Roland Freisler emette il verdetto: “In nome del popolo tedesco. Nel processo contro Hans Fritz Scholl, Sophie Magdalena Scholl, Christoph Hermann Probst attualmente detenuti in attesa di giudizio in questo processo per favoreggiamento antipatriotico del nemico, preparazione di alto tradimento, demoralizzazione delle forze armate, il tribunale del popolo, prima sezione…, riconosciuto il diritto che: gli imputati in tempo di guerra attraverso volantini hanno propagandato idee disfattiste, fatto appello al sabotaggio dell’organizzazione militare e all’abbattimento del sistema di vita nazionalsocialista del nostro popolo e insultato il Führer nel mondo più infame e con ciò favorito il  nemico del Reich e demoralizzato le nostre forze armate. Essi vengono perciò puniti con la morte. Essi hanno perduto per sempre i loro diritti civili”.

Christoph riceve il battesimo, la comunione e l’estrema unzione dal cappellano cattolico Heinrich Sperr e scrive alla madre: “Ti ringrazio di avermi dato la vita. A pensarci bene, non è stata che un cammino verso Dio”. Anche Hans e Sophie avrebbero voluto un prete cattolico, ma poi si confessano e celebrano la santa cena con il cappellano evangelico Karl Alt, cui Hans chiede di leggere il salmo 89 (“rendici la gioia per i giorni di afflizione, per gli anni in cui abbiamo visto la sventura”) e il passo della prima lettera ai Corinzi (13, 1-12): “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma no avessi la carità….”. Ai fratelli Scholl viene permesso un ultimo e breve incontro con i genitori.

Racconterà uno dei secondini: “Si sono comportati con coraggio fantastico. Tutto il carcere ne fu impressionato. Perciò ci siamo accollati il rischio di riunire ancora una volta i tre condannati, un momento prima dell’esecuzione capitale. Volevano che potessero fumare ancora una sigaretta insieme. Non furono che pochi minuti, ma credo che abbiano rappresentato un gran regalo per loro”.

“Fra pochi minuti ci rivedremo nell’eternità”, dice Christoph Probst. Poi vengono condotti alla ghigliottina, senza battere ciglio. Il boia dirà di non avere mai veduto nessuno morire cosi. “Viva la libertà”, grida Hans Scholl mentre lo portano al patibolo.

Il 19 aprile 1943 vengono processati Alexander Schmorell, Willi Graf e Kurt Huber, che saranno condannnati a morte e ghilliottinati nei mesi successivi.
Amici e colleghi che li avevano aiutati nella preparazione e distribuzione degli opuscoli e avevano raccolto fondi per la vedova e i figli di Probst, vengono condannati al carcere per periodo oscillanti tra i sei mesi e i dieci anni.

Robert Mohr, il funzionario della Gestapo che ha condotto l’interrogatorio di Sophie e che in seguito si dimetterà e rientrerà nella polizia criminale, dichiarerà dopo la guerra: “Fino alla loro amara fine Sophie e Hans Scholl conservarono un atteggiamento che può definirsi eccezionale. Entrambi in sintonia dichiararono il senso delle loro azioni: avevano avuto come unico scopo evitare alla Germania una sventura ancora più grande e contribuire forse, da parte loro a salvare la vita di centinaia di migliaia di soldati tedeschi, perché quando si tratta della salvezza o della rovina di un intero popolo non c’è mezzo o sacrificio che possa apparire troppo grande. Sophie e Hans Scholl furono sino all’ultimo convinti che il loro sacrificio non era stato inutile”.

La piazza dove è ubicato l’atrio principale dell’Università Ludwig-Maximilian di Monaco è stata chiamata Geschwister-Scholl-Platz in memoria di Hans e Sophie Scholl.

http://www.sentinelledelmattino.org

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RAOUL WALLENBERG.


IL SALICE D’ARGENTO E IL GIUSTO SENZA RIPOSO
RAOUL WALLENBERG, IL SALVATORE PERDUTO DEGLI EBREI DI BUDAPEST
DI ALESSIA GHISI MIGLIARI.

Aveva una vita giovane e fortuna a piene mani:
Raoul Wallenberg era uno dei rampolli della più importante famiglia di banchieri svedesi; mentre i suoi parenti intrecciavano affari da una parte all’altra del globo, lui cresceva ricco, poliglotta e colto.

Apprezzato nella buona società, laureato in architettura e con prospettive più che brillanti, nel 1944, a soli trentadue anni, decide di dare una virata violenta alla sua esistenza privilegiata.

I motivi di questa sua scelta non sono realmente noti, e le speculazioni inerenti forse soffrono eccessivamente di buonismo; senza dubbio però, accanto alla volontà di mettersi alla prova, Raoul possedeva una sensibilità notevole per quanto riguarda la situazione degli ebrei d’Europa sotto Hitler.

Lo sterminio, la cui eco giunge anche in Svezia (Paese neutrale), spinge così Wallenberg ad offrirsi per un compito pericoloso: serve un uomo al di sopra dei sospetti; che parli assai bene tedesco e si rechi come legato a Budapest con lo scopo di salvare quante più persone possibili.
Metodi da usare? Qualunque risulti fattibile.

E Raoul arriva così nella capitale ungherese con il suo complicato eppure vago compito.

In quella città martoriata, il piano nazista va a gonfie vele, grazie alla diretta supervisione del celebre Adolf Eichmann, in seguito giustiziato in Isreale e che ispirò alla Arendt la nota espressione “la banalità del male”; ufficiale apparentemente incolore e delfino di Himmler, Eichman mobilita tutta la sua notevole capacità organizzativa dal millenario Reich.

A questo punto, lo svedese di ottima famiglia e buona sorte mostra una creatività ed una temerarietà che non conoscono moderazione: inizia a rilasciare “passaporti di protezione” (Schultz-Pass) a chiunque possa mostrare una minima connessione con la Svezia. Che sia una remota parentela o anche meno, questi legami fasulli ed inventati fanno sì che le tessere in questione, in realtà senza valore, garantiscano l’immunità a chi le possiede. Per quanto irritate, le SS non possono rischiare incidenti diplomatici, anche se è chiaro a chiunque che quel pezzo di carta è in troppe mani.

Raoul organizza “case svedesi” dove fa sì che si raccolgano il maggiore numero di ebrei possibili, si reca nelle stazioni da dove partono i convogli senza ritorno, e con un fucile puntato nella schiena si adopera per far scendere dai vagoni altri essere umani.

Perennemente osteggiato da Eichmann e colleghi, che lo minacciano e lo controllano passo dopo passo, Wallenberg resta a Budapest fino a gennaio del 1945.
Fino alla fine, insomma.

E dopo?
Inizia l’enigma.

Che sorte ha il diplomatico svedese che s’è immischiato nei precisi progetti di “pulizia” dei nazisti?
Nessuno lo sa con cetezza.
Catturato sicuramente dei russi, nel caos del momento, non comprendono il ruolo dell’uomo scandinavo che parla tanto bene il tedesco, le tracce di questo eroico personaggio svaniscono.

Si perdono nelle prigioni staliniane, notoriamente non particolarmente comode.
Proprio così: si smarriscono per anni, nessuno riesce a scoprire nulla.
Il secondo conflitto mondiale è finito, la situazione confusa, si fatica ad avere notizie, anche se lo scomparso è figlio e nipote di “gente importante”.
Quando poi si inizia ad indagare meglio, la Guerra Fredda è in corso, e magari sarebbe pessima cosa far sapere d’aver imprigionato per errore un delegato svedese.

La madre del giovane non si rassegna – non lo farà mai – e man mano che il nome del figlio diviene noto aumentano le pressioni per scoprire dove sia colui che ha salvato quasi centomila ebrei.
Ciò che emerge è che effettivamente Raoul è stato rinchiuso dietro le sbarre russe, in diversi luoghi, ma a quanto risulta è deceduto di morte naturale nel 1947.

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Fatto che si scontra con la testimonianza di chi asserisce di averlo incontrato in prigione anni dopo e di aver addirittura saputo del suo ricovero in un ospedale psichiatrico ben oltre il 1960.
Se così fosse, e le prove sono molteplici, significherebbe che – per nascondere un “errore di valutazione” – si è lasciato languire un innocente per decenni dietro mura invalicabili e senza dubbio crudeli.

Nessun incontro tra la Russia e la Svezia è riuscito a far emergere il reale e drammatico epilogo dei giorni coraggiosi e persi di Wallenberg.

Nel suo paese è giustamente un eroe (come finalmente accade anche da noi per Giorgio Perlasca), a lui sono intitolati istituti e quanto altro; in Israele ha la sua pianta nel Giardino dei Giusti, ed in un parco di Budapest a lui dedicato è stato innalzato un salice piangente d’argento, splendido e commovente monumento eretto per ricordare le vittime dell’olocausto (su ogni delicata foglia vi è un nome)

La splendida opera d’arte è stata posta al centro dell’ampio spazio verde pensato in onore di chi ha permesso a questo struggente albero commemorativo di avere molte tristi fronde in meno.

Ovviamente, non sono rami che si muovono di vento o pioggia; ma nel loro leggero brillare rimangono monito e celebrazione del dolore, ma anche del prodigioso potere del singolo nelle tormente della Storia-

E rimane l’attesa di sapere – sempre troppo tardi – la fine ingiusta di Wallenberg.
Non tutti i Giusti hanno il loro riposo.

http://www.raoul-wallenberg.org
http://www.raoul-wellenberg.com
http://www.remenber.com
www.instoria.it


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