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Per una psicologia delle migrazioni.
Quando i migranti eravamo noi.
Attacchi di panico.

PER UNA PSICOLOGIA DELLE MIGRAZIONI


“La fiducia è l’uccello che canta quando la notte è ancora buia”
(Tagore)

Le migrazioni, oltre che un fenomeno di vasta rilevanza sociale, economica e politica, sono anche esperienze emotive molto intense, che rimettono in discussione l’identità profonda degli individui: a questo proposito, Mancia (1990) afferma che “di fronte a quello che alcuni autori (Risso e Boker, 1964) chiamano “shock culturale” indotto dell’emigrazione, la mente può mostrarci le sue grandi capacità plastiche di adattamento. La regressione che segue la separazione può rivelarsi utile, se finalizzata al recupero del vero Sé” (in senso winnicottiano).

I Grinberg (1990) definiscono il momento migratorio come “cambiamento catastrofico”, bionianamente inteso: infatti lasciare il proprio paese risveglia sentimenti di perdita e di sradicamento che incidono sul sentimento d’identità, provocando una crisi che potrà sfociare “in una vera catastrofe o, al contrario, tradursi in un’evoluzione arrichente e creativa, nel senso di una vera rinascita rigeneratrice”.

L’emigrazione, dunque, è un cambiamento di una tale portata che, oltre a rivelare l’identità, la mette in pericolo. La perdita degli oggetti, infatti, è totale, compresi i più significativi ed importanti: persone, cose, luoghi, lingua, cultura, abitudini, clima e, a volte, la propria professione e l’ambiente sociale ed economico cui sono legati ricordi ed affetti profondi. Alla perdita sono esposti anche parti del Sé e di legami corrispondenti agli oggetti perduti, non a caso, lo scrittore Ben Jalloun definisce la condizione del migrante “di solitudine estrema”

Non si può, quindi, misconoscere l’importanza di specifiche problematiche psicologiche che interessano sia la persona che emigra sia il suo ambiente e che si riferiscono tanto alle motivazioni dell’emigrazione, quanto alle sue conseguenze.

Scrive Frigessi (1991), “negare la diversità degli immigrati nei confronti del disturbo psichico, sostenere che essi non sono vulnerabili, induce anche a misconoscere l’importanza dello sradicamento e l’esperienza dell’espropriazione, che tuttavia essi vivono intensamente”.

In passato, addirittura, l’emigrazione è stata considerata la manifestazione di una vera e propria patologia psichiatrica: “Si emigra perché si è già matti (pre-schizoidi), non si diventa matti perché si emigra” (Frigessi Castelnuovo – Risso, 1982). Il migrante era considerato dalla psichiatria ottocentesca “alienato mentale” in quanto diverso, estraneo per eccellenza. Il modello predominante in questo paradigma è quello che Hofer definisce nostalgia-malattia, “l’Heimweh (il “dolore della casa”), considerato, già dal 600, malattia che innesca un decadimento fisico a volte mortale.

L’unica soluzione possibile a tale patologia era considerata l’espulsione, il rimpatrio. Come afferma Inglese (1994) l’immigrato era per la classe medico-psichiatrica “un nemico irriducibile”, in quanto “soggetto di contestazione culturale”, i cui sintomi non “volevano” concordare con la nosografia ufficiale.

Questo paradigma si è depositato nell’inconscio collettivo ed è ancora fonte di alienazione e discriminazione: l’immigrato è straniero in terra straniera a se stesso; l’alieno è anche alienato. A questo proposito, Handin (1958) ha scritto: “La storia dell’immigrazione è la storia dell’alienazione. Solitudine, isolamento, estraneità, mancanza di aiuto, separazione dalla comunità, disperazione per la perdita di significato caratterizzano la condizione degli immigrati. Essi vivono in crisi perchè sono sradicati. Nello sradicamento, mentre le vecchie radici sono perdute e le nuove sono da stabilire, gli immigrati vivono in situazioni estreme”.

L’emigrato si trova prigioniero di due mondi ed alieno ad entrambi: estraneo al suo passato ed estraneo al presente-futuro, “sospeso fra due mondi”, come scrive Nathan (1996).

Egli si sente smarrito in un mondo selvaggio, mentre i vecchi e lontani modi di vita possono essere oggetto sia di una lacerante nostalgia, sia di una struggente idealizzazione. I Grinberg attribuiscono tale atteggiamento (ed anche quello opposto, di denigrazione e disprezzo per il “vecchio” mondo ad una scissione protettiva nei confronti delle molteplici e spesso intollerabili emozioni che accompagnano il passaggio migratorio. “Vogliamo evidenziare l’insieme dei sentimenti d’ansia, tristezza, dolore e nostalgia, uniti alle aspettative e alle illusioni piene di speranza, che ogni emigrante porta con sé nella valigia. Proprio per proteggersi dagli effetti dolorosi di queste emozioni, a volte insopportabili, egli utilizza la scissione per non dover evocare – in forma disperata – le perdite patite” (Grinberg L. e R., op. cit.)

Baalbeck - Libano, luglio 2009.

Baalbeck - Libano, luglio 2009.

Se tale scissione non dovesse funzionare emergerebbe, infatti, l’ansia confusionale in cui “non si sa più chi è l’amico e chi il nemico, dove si può trionfare e dove fallire, come distinguere l’utile da ciò che è dannoso, come discriminare tra l’amore e l’odio, tra la vita e la morte”. (ibidem)

L’emigrazione è, dunque, un’esperienza di crisi, ed ogni crisi implica un’idea di “rottura, separazione o strappo”. (Kaes, 1979) Emigrare espone l’individuo a fasi di disorganizzazione che, come afferma Winnicott (1971), interrompono la “continuità dell’esistenza”, cui l’individuo deve far fronte tramite la propria “eredità culturale”: l’emigrante ha necessità di uno “spazio potenziale” che gli serva da “luogo di transizione” e “tempo di Transizione” fra il paese oggetto materno ed il nuovo mondo esterno.

Se la persona possiede sufficienti capacità di elaborazione dell’esperienza, supererà la crisi e, anzi, questa assumerà il carattere di una “rinascita” che aumenterà il suo potenziale creativo, in caso contrario, egli potrà riprendersi molto difficilmente e sarà esposto a forme diverse di patologia fisica e psichica.

Il modo in cui le persone affrontano il momento migratorio dipende molto dall’atteggiamento nei confronti del nuovo, dell’ignoto: Balint (1959) ha coniato due termini, “ocnofillia” e “filobatismo”, che indicano delle posizioni opposte, uno tendente ad aggrapparsi a ciò che è stabile e sicuro, l’altro orientato verso la ricerca di nuove ed interresanti esperienze.

Etimologicamente, i due termini derivano da voci greche che significano, rispettivamente, “aggrapparsi” e “camminare sulle dita” (come un acrobata). Gli “ocnofilici” si caratterizzano per l’enorme attaccamento alle persone, ai luoghi, alle cose.

Hanno bisogno di oggetti, sia umani che materiali, perchè non possono vivere da soli. I “filobatici”, al contrario, evitano i legami, tendono all’indipendenza ed a cercare piacere nelle avventure, nei viaggi e, in particolare, nelle emozioni nuove.

Gli oggetti, umani e materiali, li infatidiscono e se ne allontanano senza rammarico alla continua ricerca di nuove attività, nuovi posti, nuove abitudini. Evidentemente, anche la reazione allo strappo migratorio sarà diversa a seconda che si appartenga all’una o all’altra tipologia: gli “ocnofilici”, sono profondamente legati al proprio paese e lo lascerebbero solo in circostanze inderogabili, i “filobatici”, invece sono più inclini ad emigrare, inseguendo orizzonti sconosciuti e nuove esperienze.

Sempre secondo i Grinberg (op. ciy), “gli atteggiamneti esterni, in ognuna delle due categorie, configurano a nostro giudizio un carattere patologico. In ultima analisi, potrebbero essere assimilate rispettivamente all’agarofobia e alla claustrofobia”.

In ogni caso, la “capacità di essere solo” (Winnicott 1958), cioè la capacità di tollerare la sofferenza della solitudine e del distacco, costituirebbe un prerequisito importante che determina l’esito positivo della crisi migratoria. In questa esperienza, infatti, l’individuo che ha acquisito tale capacità, si trova nelle condizioni più favorevoli per affrontare sia la perdita degli oggetti familiari, sia l’inevitabile esclusione che subirà nella prima fase della sua emigrazione.

Scrivono ancora i Grinberg, “il vincolo sociale del sentimento di identità è quello che viene colpito dall’emigrazione in modo più manifesto, dal momento che effettivamente i cambiamenti maggiori avvengono in rapporto all’ambiente circostante. E nell’ambienlte circostante tutto è nuovo, tutto è sconosciuto, come “sconosciuto” è per questo stesso ambiente l’immigrato. (Grinberg L. e R.)

L’emigrazione è dunque una situazione traumatica complessa che implica numerosi cambiamenti della realtà esterna, con le relative, e spesso “catastrofiche”, ripercussioni sulla realtà interna.

Alla luce di queste considerazioni. De Micco e Pompei (1993) si chiedono se “è possibile trattare l’esperienza migratoria come un “life event” o non bisognerebbe piuttosto considerarla come una condizione che muta la matrice stessa in cui i “life events” s’inscrivono?”

Per comprendere la portata psicologica del fenomeno migratorio, inoltre, è importante considerare sia l’atteggiamento tenuto dal gruppo di appartenenza del migrante, sia quello del gruppo di accoglimento: l’individuo, infatti, è, per tutta la vita, inscritto in una matrice gruppale che ne condiziona pensieri, affetti, modi di leggere la realtà.

“L’uomo è sempre “tutto” qualunque cosa faccia, ciascuna delle sue attitudini ed attività lo coivolge per inetro, con il complesso modo relazionale, e quindi anche sociale, che è le sue esistenza”. (Cuffaro, 1996)

Diversi e paralleli, sono gli atteggiamenti di “chi rimane” e di “chi ospita”. Le reazioni delle persone che rimangono in patria dipendono dalla qualità e dall’intensità dei legami che li uniscono ai migranti.

E’ inevitabile che i familiari e gli amici più intimi sperimentino vissuti di abbandono e di perdita, non esenti da sentimenti di ostilità verso chi parte, per il dolore che procura loro. A volte soprattutto se il ritorno non è prevedibile o possibile, la separazione è vissuta come morte della persona amata, con il conseguente sentimento di lutto.

L’elaborazione del lutto è “un intricato processo dinamico che investe l’intera personalità dell’individuo e coinvolge, in modo consapevole, ogni funzione dell’Io, gli atteggiamenti, le difese e, in particolare, i rapporti con gli altri..” In particolare, “i sentimenti di dolore e colpa relativi alla perdita di parti del Sé proiettati sull’oggetto, si trasformano, in genere, in fattori che aggravano o turbano l’elaborazione del lutto.” (Grinberg L. e R.)

Chi emigra è comunque, oggetto di sentimenti e proiezioni ambivalenti: il gruppo può riversare sul partente anche invidia ed ostilità. Nel primo caso, accoglierà su di sé, per identificazione proiettiva, il desiderio dei membri del gruppo di emigrare anch’essi; nel secondo caso, egli fungerà da “carpo espiatorio”, depositario di tutto ciò che è indesiderato e temuto.

Attraverso la partenza, che rappresenta “un’espiazione”, libererà il gruppo da tutte le sue colpe e gli permetterà di godersi i beni rimasti.

Prendiamo adesso in considerazione le reazioni della comunità ospitante di fronte all’arrivo dell’immigrato. Anche la comunità autoctona risentirà dell’impatto con l’arrivo del nuovo, che con la sua presenza, modifica la struttura del gruppo, mette in discussione alcune norme consolidate e può destabilizzare l’organizzazione esistente. Essa si sentirà minacciata nell’identità culturale, nella purezza della lingua, nelle convinzioni e, in generale, nella propria identità collettiva. “I nativi – affermano i Grinberg – devono affrontare l’arduo compito di metabolizzare ed incorporare la presenza dell’estraneo”.

Le reazioni del gruppo ospite all’arrivo dell’immigrato possono essere diverse: nel caso in cui la comunità avrà, in qualche modo, partecipato a questo arrivo l’accoglienza sarà positiva o, quantomeno, priva di ostilità. Se, invece, il nuovo venuto irrompe senza preavviso, il gruppo potrà manifestare una reazione di allarme, come se dovesse prepararsi ad affrontare un possibile “attacco” da parte di un “nemico” di cui non si conoscono le intenzioni.

In alcuni casi, addirittura, la presenza dell’immigrato incrementa le ansie paranoidi del gruppo ospitante che vive il nuovo venuto in modo persecutorio, come un intruso che cerca di privare i locali dei propri legittimi diritti (lavoro, beni, conquiste sociali).

Una reazione di questo tipo si traduce in quelle forme di xenofobia e razzismo che si manifestano, purtroppo sempre più frequentemente, anche nel nostro paese.

scrive a tale proposito Inglese (1993), “Questa massa in movimento (gli emigrati) viene agitata sullo scenario del conflitto sociale come figura della predatorietà istintuale..” “La creazione di questo fantasma predatorio, codifica il radicale xenofobico delle formule di contatto culturale realizzato nei confronti degli immigrati. Da questo radicale discendono le operazioni di segregazione e di discriminazione del perturbante sociale. La passionalità xenofoba, in particolari momenti critici, si configura come forza specifica di psicopatologia collettiva dotata di grande forza mimetica. Essa talvolta si organizza o esplode nella consumazione di atti di aggressione o di persecuzione”.

Kafka ha mirabilmente descritto tale atteggiamento di diffidenza e di disprezzo dello straniero nel romanzo “Il castello”. “Lei non è del castello, non è del paese, non è nulla. Eppure anche lei è qualcosa, sventuratamente, è un forestiero, uno che è sempre di troppo e sempre tra i piedi, uno che vi procura un mucchio di grattacapi..”

L’emigrazione risulta, dunque un fenomeno complesso e sfuggente, un delicato ed impegnativo “passaggio di confine” (De Micco-Martelli) geografico, culturale ed esistenziale.

Essa allora, si configura come dimensione trasformativa singolare, insieme dolorosa e struggente, della variegata commedia umana, all’interno della quale l’avventura del viaggio assume i contorni di un evento mitico, di una fata morgana (Rushdie S. 1999), vagheggiata e temuta allo stesso tempo.

Dott. Annalisa Vezzosi – Psicologia clinica e di comunità – Messina.

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QUANDO I MIGRANTI ERAVAMO NOI.


Buenos Aires – Loro muoiono nel Mediterrano. Quando gli emigrati eravamo noi, morivamo nell’atlantico. “Buttarono nell’Oceano donne, un bambino e molti vecchi, in tutto quasi venti persone. Così raccontava mio padre”. Maria Dominga Ferrero vive in provincia di Cordoba, in Argentina, nella casa che suo padre comprò quando, nel 1888, arrivò alla “Merica” a bordo del Matteo Bruzzo. Una casa con i muri bianchi, la cucina grande, le stanze ariose e l’orto nel retro. “In barca gli dicevano, come esto, gringo de mierda, mangia questo. Era pane e vermi. Vide morire di fame una donna incinta. Ma cosa poteva fare?

Maria parla un pò piemontese e un pò in castigliano, mentre gira la minestra di verdure che bolle sul fuoco. “La solfa era la stessa. La differenza era che se sopportavi il male potevi fare suerte, fortuna. Non come capita agli immigrati che oggi vanno in Italia. A l’è vera? non è vero?  La domanda rimane sospesa, Maria apre i cassetti, cerca ricordi. “Mio padre – dice – all’inizio vendeva la verdura che coltivava ma nessuno capiva la sua lingua. Così vendeva tutto a 5 centesimi”.

Loro, i sopravvissuti di oggi, vengono rinchiusi nei Cie, i centri di identificazione ed espulsione. Noi finivamo negli alberghi gestiti dello stato o nei conventilli in mano ai privati. Felicia Cardano è molto anziana, ma ricorda bene i racconti di famiglia: “Mio padre arrivò a Buenos Aires nel 1889 a bordo del Frisca. Durante il viaggio morirono il suo migliore amico e altre trenta persone. Lo misero all’Hotel della Ronda, un enorme baraccone di legno, dove si stava stipati come sardine insieme ai pidocchi e alla puzza. Si poteva rimanere al massimo cinque giorni, il tempo di trovare un lavoro in città o nei campi, dove era più facile”.

Scenari confermati da Luigi Barzini che così scriveva sul corriere della sera nel 1902: “L’Hotel degli emigranti (lo chiamano Hotel!!) ha una forma strana, sembra un gasometro munito di finestre (…). L’acre odore dell’acido fenico non riesce a vincere il tanfo nauseante che viene dal pavimento viscido e sporco, che esala dalle vecchie pareti di legno, che è alitato dalle porte; un odore d’umanità accastasta, di miseria(…). Più in alto, le tavole serbano dei segni più vivi di questo doloroso passaggio: li direi le tracce delle anime. Sono nomi, date, frasi d’amore, imprecazioni, ricordi, oscenità raspati sulla vernice o segnati colla matita, talvolta intagliati nel legno. Il disegno più ripetuto è la nave; il loro pensiero guarda indietro”.

Gli stessi garffiti ricoprono adesso le pareti dei Cie, memoria recente del transito dei migranti di oggi, stranieri di tutto il mondo, che lavorano nei cantieri, nei campi, nelle cucine dei ristoranti, nelle case, invadono i quartieri, contaminando le loro e le nostre abitudini. Noi, i “gringos” di allora, invadevamo “le passeggiate perchè sono gratuite, le chiese perchè credenti devoti e mansueti, gli ospedali, i teatri, gli asili, i circoli e i mercati”: così scriveva infastidito all’inizio del secolo il sociologo argentino Ramos Mejìa.

PARIS 15 JUIN 2005.

PARIS 15 JUIN 2005.

Numeri alla mano, dal 1886 al 1889 gli emigrati partiti da Genova e sbarcati a Buenos Aires  raddoppiarono da 43mila a 88mila. Nel 1897 nel porto argentino erano già sbarcati un milione di italiani. Nel 1895, su 660mila. abitanti di Buenos Aires, 225mila erano dei nostri. In provincia di Cordoba i 4.600 del 1869 diventarono 240mila nel 1914. Muratori, fabbri, falegnami, calzolai, sarti, fornaciai, meccanici, vetrai, imbianchini, cuochi, domestici, gelatai e parrucchieri: non avevamo concorrenza.

“Si lavorava da matin a seira e la domenica si andava a messa ben vestiti – raccontano le sorelle Fusero, nipoti di Bartolomeo arrivato a Buenos Aires il 22 novembre 1905, a 22 anni – I bambini mangiavano il gelato, le donne bevevano la limonata e gli uomini il vermouth. Si cantava quel mazzolin di fiori, La Piemontesina e Ciao bela mora ciao, si giocava a bocce e si chiachierava. La sera si mangiava la bagna càuda e prima di andare a dormire si pregava: il parroco dovette imparare il piemontese perchè le donne, non riuscivano a confessarsi. Nduma bin! Eravamo messi bene! Siamo nati tutti nella stessa camera, all’ombra di un magnolia nata da un seme portato dall’Italia”

Centovanti anni dopo, i nuovi migranti inseguono in Europa il posto migliore dove vivere. Poi chiamano a raccolta, i figli, il fratello, l’amico. Nel frattempo mandano i soldi a casa. “Noi, poveri e affamati di allora, andavamo a fare l’America – racconta la nipote di Giuseppe Caffarati, torinese arrivato in Argentina nel 1890 a 15 anni – perchè peggio di com’era in Italia non si poteva: era uno sgiai, uno schifo. “Emigravamo per mangè”, racconta Reinaldo Avila, nipote di Giuseppe partito da Caraglio, in provincia di Cuneo, nel 1883. “Mio nonno era un contadino ignorante, si è spaccato la schiena nei campi. Oggi qui tocca ai boliviani e in Italia agli africani. E’ la vita”.

Loro, i profughi di oggi, scappano dalle guerre moderne, dalla miseria dell’Africa e dell’Est Europeo. Noi, vittime di allora, fuggivamo dalla Grande Guerra. Racconta Margherita Lombardi, nipote di Clelia scappata da Alessandria: “Mia zia perse un figlio in battaglia nel 1916 e un altro nel viaggio sull’Oceano. Si salvò solo lei”. Si fuggiva dalle cartoline precetto, il terrore delle madri: “Meglio un figlio lontano ma vivo che vicino ma sotto terra, disse una nonna a mio padre Fernando – racconta Gladis Fiacchini -. Siamo cugini di Renato Zero, ma abbiamo perso i contatti: mio padre non volle mai più ritornare indietro”.

Altri fuggivano dopo aver visto la morte in faccia. “Ci imbarcammo sulla Filippa senza documenti e senza un soldo il giorno dopo che Miguel tornò dal campo di concentramento in Germania”, ricorda Letizia Garessio. Suo marito, Miguel Bautista Pistone, argentino nato da italiani emigrati in America a metà 800, era tornato in Italia dopo aver fatto fortuna e dopo la guerra era finito in un campo di concentramento: “Miguel era pelle e ossa – dice Letizia -, che cosa potevano fargli? chi gli avrebbe impedito di salvarsi?”. Gli dico che ora l’Italia respinge i profughi che vengono dal mare: “Meno male che siamo nati un secolo fa e cha siamo scappati qui – commenta -. Miguel tornò in Italia solo una volta per vendere tutto e comprare una casa qui”

“Mio padre scappò da Fossano e dalla guerra che gli aveva ucciso un fratello – racconta Antonio Caballero -, aveva 17 anni e fin dal primo giorno cominciò a dimenticare l’Italia. Non ho mai parlato con i miei parenti rimasti a casa. Non ho mai imparato l’italiano perchè nessuno me l’ha mai insegnato. Nessuno di noi ha fatto fortuna, semplicemente siamo sopravvissuti”

I MIGRANTI DI OGGI ARRIVANO IN ITALIA CON IL SOGNO DI GUADAGNARE PER POTER TORNARE IN PATRIA. MA ANCHE LORO SPESSO FINISCONO PER METTERE RADICI. COME IL NONNO DI TERESA BURDONE, PIEMONTESE EMIGRATO IN ARGENTINA ALLA FINE DELL’OTTOCENTO: “QUASI TUTTI NOI – DICE TERESA -, FIGLI O NIPOTI DI ITALIANI, ABBIAMO LA DOPPIA CITTADINANZA E UN’ALTRA VITA DA VIVERE, MA IL COGNOME CI RICORDA CHE SIAMO STRANIERI DA SEMPRE”.

di Giulia Vola
La Repubblica

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ATTACCHI DI PANICO.


CHE COS’E’ UN ATTACCO DI PANICO

Un attacco di panico esplode all’improvviso con una paura travolgente che viene senza avvisaglie e senza alcuna ragione apparente.
Il disturbo da attacchi da panico 0 DAP è una sindrome psicopatologica cartterizzata da ripetuti episodi di ansia acuta, appunto panico che possono durare da qualche minuto fino ad un’ora.
Il soggetto prova all’improvviso, in modo completamente inaspettato, un’intensa e traumatizzante esperienza di paura fisica e psicologica, che lo fa sentire a rischio di perdita di controllo, svenimento o persino morte.
Gli attacchi durano generalmente alcuni secondi, ma causano all’individuo un notevole livello di angoscia.

I SINTOMI

La parola “panico” nasce della mitologia greca in cui si narra del “dio Pan”, metà uomo e metà caprone, abituato a comparire all’improvviso sul cammino altrui, suscitando un terrore interiore e scomparendo poi velocemente, lasciando le prorpie vittime nell’incapacità di spiegarsi quante è accaduto e ciò che hanno provato.
Un attacco di panico è un episodio breve ed intenso in cui si sperimenta ansia acuta, che insorge in modo improvviso e che comporta sintomi fisici e vissuti psicologici di terrore.

I segnali ansiosi che compaiono in un attacco di panico includono uno o più dei seguenti sintomi:

  • aumento della frequenza cardiaca (tachicardia) e palpitazioni spesso associati a dolori al torace;
  • difficoltà di respirazione (dispnea), sensazione di non riuscire ad inalare aria a sufficienza (fame d’aria, senso di soffocamento o paura di soffocamento);
  • aumento della sudorazione oppure brividi, legati a repentini cambiamenti della temperatura corporea e della pressione;
  • rossore al viso e talvolta all’area del petto;
  • capogiri, sensazione di stordimento, debolezza con impressione di perdere i sensi;
  • paresetsie, più comunemente rappresentate da formicolii o intorpidimenti nelle aree delle mani, dei piedi e del viso;
  • nausea, sensazioni di chiusura alla bocca dello stomaco o di brontolii intestinali: tremori fini o a scatti.

Insieme alle descrizioni di un quadro sintomatologico di tipo corporeo, le persone che vivono un attacco di panico riferiscono degli scatti psicologici tipici di questo picco di ansia. Questi ultimi in genere possono comprendere:

  • sensazione di non essere parte della realtà; definita derealizzazione;
  • sensazione di oscuramento del proprio sé, di essere osservatore esterno del proprio corpo e dei propri processi mentali, definita depersonalizzazione;
  • presentimento che stia per avvenire qualcosa di terribile associato ad una sensazione di impotenza nel gestirlo;
  • paura di perdere il controllo:
  • paura di impazzire;
  • paura o convinzione di essere vicini alla morte;
  • crisi di pianto
  • sensazione di rivivere qualcosa di già provato (déjà-vu).

Oltre ai sintomi degli attacchi di panico sopra esposti, un attacco di panico è contrassegnato dalle seguenti condizioni:

  • Capita improvvisamente, senza preavviso e senza modo di fermarlo
  • Il livello di paura non è affatto proporzionale alla situazione corrente. In realtà, spesso non è affatto correlato.
  • Dura da pochi minuti a mezz’ora circa, il corpo non riesce a sostenere la risposta “attacca o fuggi” più a lungo di così. Attacchi di panico ripetuti possono tuttavia ricorrere di continuo per ore.

Un attacco di panico non è pericoloso, ma può essere terrificante, soprattutto perchè si sente di perdere completamente il controllo. Il disturbo è così grave non solo per via degli attacchi di panico in sé, ma anche perchè spesso porta ad altre complicazioni quali depressione e abuso di psicofarmaci. Gli effetti possono variare dal deterioromanto delle relazioni sociali all’incapacità completa di affrontare il mondo esterno.

LOURMARIN - FRANCE.

LA CATENA DEL PANICO

L’esperienza dell’attacco di panico è una delle più stressanti fisicamente e mentalmente, perchè la reazione è simile a quella di attacco-fuga che una persona sperimenta di fronte ad un pericolo reale. Di conseguenza gli effetti psicofisici sono debilitanti e la sensazione dopo un attacco di panico è di essere molto deboli, persino esausti e sicuramente scoraggiati e confusi. Talvolta la prima e più comune convinzione è che si sia colpiti da un problema fisico, da una malattia, il più delle volte di natura circolatoria, e cardiaca in particolare.

All’attacco di panico spesso seguono acccerttamenti medici più o meno ripetuti per ricercare la causa del malessere vssuto: la valutazione ostinata dello stato di salute di ogni funzione fisica è legata allla tendenza comune ad acccettare più facilmente di avere un problema corporeo che ha generato questo “inferno fisico ed emotivo” piuttosto che essere disposti a pensare che sia qualcosa di interiore, di intangibile, di psicologico.

Il diffuso interessamento fisico durante l’episodio di panico fornisce un supporto alla ipotesi di avere un problema di tipo medico e, d’altro canto, è importante escludere che ci sia un malfunzionamento fisico all’origine del malessere. Generalmente l’esecuzione di una problematica fisica genera stati emotivi di imbarazzo, vergogna, rifiuto della natura del problema e una certa incredulità, soprattutto se non si viene informati che esistono dei fattori fisiologici funzionali che spiegano e mediano questo disagio. E’ estermamente importnate che il problema venga affrontato con l’aiuto professionale giusto al più presto, rielaborando e cambiando lo stile di vita, affinchè non si cristalizzi e non si ripresenti, diventando uno sgradevole “compagno di vita”. L’esperienza mostra infatti che, senza opportuni trattamenti, l’attacco di panico può ripresentarsi e acquisire una frequenza media plurisettimanle 0, in casi peggiori, presentarsi anche più volte al giorno.

Talvolta alcune persone sperimentano attacchi di panico occasionali, ossia reazioni di ansia acute a periodi di stress che tendono a non ripresentarsi se ci si allontana dagli stimoli stressogeni e se le condizioni personali e ambientali sono ancora tali da favorire il superamento veloce e completo della situazione che li ha scatenati.

Paura della paura

Tuttavia ciò che spesso si innesca dopo il primo attacco di panico è una paura persistente di avere un nuovo attacco  di panico , una trappola che può finire  per incatenare una persona nell’esperienza  di attacchi ripetuti, che viene definita disturbo di panico.
La paura di nuovi attacchi di panico è irrazionale e comporta una crescita della resistenza di sintomi d’ansia, con un notevole aumento dell’automonitoraggio di ogni segnale fisico.

PERCHE’ AVVIENE IL DISTURBO DI PANICO

Il disturbo di panico può avvenire per diversi motivi. Secondo la teoria dell’attaccamento di Bowlby all’origine esiste un problema di attaccamento, Cioè il soggetto non ha avuto la possibiltà di elaborare la sua sicurezza da bambino nei confronti della figura di accudimento, solitamente la madre.

Il disturbo di panico affonda spesso le sue radicic nell’infanzia, ma in una percentuale di casi il probelma potrebbe essere fatto ricondurre ad un trauma di tipo psicologico, che a sua volta può essere ricondito anche riapetto ad un trauma fisico. Come un stupro, molestie, incidenti, aggressioni, ecc…

In altri casi il trauma è di origine più psicologico, come sostiene la psicoanalisi. Cioè il trauma esiste ma è nell’ordine di ciò che il soggetto ha immaginato, concettualizzato e poi dimenticato.

Disturbo da Attacchi di Panico.

www.benessere.com

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