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Gargouille – Gargoyle.
Edipo.
L’aquila-Baalbeck, “gemellate nel mistero”.
La kryptonite? Esiste davvero trovata in miniera serba.

GARGOUILLE-GARGOYLE.


COS’E’ UN GARGOUILLE O GARGOYLE

http://www.youtube.com/watch?v=xoliXINabhq

Le gargouille è una figura iconografica che si vede scolpita in molte chiese cristiane medioevali. Il termine deriva del latino gurgulium, termine onomatopeico collegato al gorgolio dell’acqua che passa attraverso un doccione, quest’ultimo venne in seguito trasformato nel francese gargouille con lo stesso significato per poi diventare, nella odierna lingua inglese, il gargoyle protagonista di cartoni animati.

Dal punto di vista architettonico un gargoyle ha in genere la funzione di doccione, cioè è la parte terminale di un sistema di scarico per l’acqua piovana che si protende da un cornicione o da un tetto, con lo scopo di far defluire l’acqua lontano dai muri. A partire dal X-XI secolo iniziò a diffondersi in Europa l’utilizzo della pietra per il doccione. La spiritualità visionaria medioevale creò gargouille di ogni sorta, da figure demoniache a facce gioconde, fino a creature metà uomo e metà bestie. La simbologia delle gargoyle è complessa e si attinge dalle sacre scritture e dall’universo pagano. Il retaggio delle creature ibride greche e egiziane si mischiò nel medioevo all’universo mitico dei bestiari come il Physiologus, libri illustrati con descrizioni di animali fantastici di terre lontane. Gli artisti influenzati da tali testi scolpirono dei doccioni bestiali e affascinanti. Le caratteristiche degli animali immaginari furono reinterpretate in chiave cristiana. Alcuni studiosi hanno teorizzato che le gargouille siano state utilizzate come guardiani delle chiese per tenere lontano i demoni. Altri pensano che questi doccioni simboleggiassero demoni, da cui i passanti avrebbero trovato scampo in chiesa.

Notre Dame de Paris-14 giugno 2009.

Notre Dame de Paris-14 giugno 2009.

IL DRAGO GRAND’GOULE

Una leggenda francese parla di un drago chiamato Grand’Goule, che possedeva ali e corpo da rettile; viveva in una caverna nei pressi della Senna e si placava soltanto con offerte sacrificali annuali. Intorno al 600 giunse a Rouen un sacerdote di nome Romanus (futuro arcivescovo di Rouen), che promise di liberare il paese del drago in cambio della conversione di tutti i cittadini e la costruzione di una chiesa.
Romanus sottomise il mostro con il segno della croce ed esorcizzandolo, lo portò fuori dal paese legato a un guinzaglio fatto con la sua tonaca. Gargouille fu bruciato su un rogo, ma il collo e la testa non bruciarono e vennero perciò staccati dal corpo e posti sulle mura di Rouen, divenendo così il modello per i gargouilles

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EDIPO.


Laio, figlio di Labdaco, sposò Giocasta è governò su Tebe. Da molti anni crucciato perchè non aveva figli, consultò in segreto l’oracolo di Delfi, che gli spiegò come quella apparente disgrazia fosse in realtà una benedizione degli dei: il figlio di Giocasta avrebbe ucciso il proprio padre. Allora Laio ripudiò Giocasta, ma non le disse perchè e la regina esasperata lo ubriacò e lo attirò di nuovo fra le sua braccia al calar della notte. Quando, nove mesi dopo, Giocastra diede alla luce un figlio, Laio lo strappò alla nutrice, gli forò i piedi con un chiodo legandoli assieme e lo abbandonò sul monte Citerone. Il Fato nonostante ciò aveva stabilito che quel fancciullo vivesse fino a tarda ertà. Un pastore Corinzio lo trovò sulle balze del monte e lo chiamò Edipo per via dei piedi deformati dalle ferite e lo portò con se a Corinto, dove a quel tempo regnava il re Polibo. Secondo un’altra versione Laio non abbandonò Edipo sul Citerone ma lo racchiuse in una cassa che fu gettata in mare. La cassa galleggiò sulle onde e toccò la riva Sicione.

La moglie di Polibo, Peribea, trovandosi per caso sulla spiaggia per sorvegliare le lavandaie della reggia, raccolse Edipo e si celò in un boschetto e finse di essere stata colta dalle doglie del parto. Peribea riuscì a convincere le lavandaie che il bimbo era nato da lei, però disse la verità a Polibo, che fu ben lieto di allevare Edipo come suo figlio.

Edipo un giorno si convinse che non assomigliava affatto ai suoi presunti genitori e andò a chiedere all’oracolo di Delfi quale sorte gli serbasse il futuro. La Pizia lo cacciò con disgusto dal santuario perchè avrebbe ucciso suo padre e sposato sua madre. Edipo inorridito dall’idea di un imminente disatstro decise di tornare a Corinto.

Nello stretto valico tra Delfi e Daulide si imbatté in Laio che con voce aspra gli ordinò di scostarsi a lasciare il passo ai suoi superiori. Laio era su un cocchio e d Edipo a piedi. Edipo rispose che riconosceva come suoi superiori solo gli dei e i suoi genitori. I cavalli avanzarono ugualmente e una delle ruote ammaccò il piede di Edipo che, accesso della collera, uccise Polifonte, il cocchiere, con la sua lancia. Laio si trovò impigliato nelle redini per opera di Edipo che l’aveva scagliato a terra e frustando i cavalli lo trascinò nella polvere fino alla morte. Al re di Platea toccò di seppellire i due cadaveri. Laio era diretto a Delfi per chiedere all’oracolo come liberare Tebe dalla Sfinge. La mostruosa creatura, era figlia di Tifone e di Echidna, volata a Tebe dalle più remote parti dell’Etiopia; aveva testa da donna, corpo di leone, coda di serpente e ali di aquila. Era stata mandata da Era per punire i Tebani irata contro Laio perchè aveva rapito il fanciullo Crisippo di Pisa.

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La sfinge era accovacciata sul monte di Ficio, ed a ogni viaggiatore tebano poneva un indovinello quale essere con una sola voce che talvolta a due gambe, talvolta tre, talvolta quattro, e tanto è più debole tanto quante più gambe ha, è chi non riusciva a risolvere l’indovinella veniva strangolato e divorato sul posto. Edipo avvicinandosi a Tebe azzeccò la risposta rispondendo “l’uomo”, perchè da bambino va a carponi, cammina sulle due gambe in gioventù e si appoggia su un bastone in vecchiaia. La Sfinge avvilita si gettò dal monte sfracellandosi nella vallata sottostante così i Tebani esultanti e grati ad Edipo lo acclamarono re sposando Giocasta, ignaro che fosse la madre. SI ABBATTE’ SU TEBE UNA PESTILENZA CHE RESE LA NECESSITA’ DI CONSULATRE L’ORACOLO DI DELFI, LA QUALE RISPOSE CHE SI DOVEVA SCACCIARE DALLA CITTà L’ASSASSINO DI LAIO; PERO’ EDIPO NON SAPEVA CHE Laio era l’uomo che aveva incontarto sul valico e lancò una maledizione contro questo assassino degli dei.

La pestilenza sarebbe cessata soltanto se uno degli uomini Sparti fosse morto per il bene della città, il scarificio fu fatto da Meneceo, padre di Giocasta. Tuttavia gli dei avevano in mente un altro degli uomini Sparti colui che uccise suo padre e sposò sua madre, e Tiresia rivelò a Giocasta che Edipo era suo figlio. Nessuno volle credere al veggente ma le sue parole ebbero presto conferma. Con l’improvviso morte di re Polibo, Peribea rivelò in quale circostanza aveva adottato Edipo. Giocasta per la vergogna e per il dolore si impiccò mentre Edipo si accecò con un spillo tolto dalle vesti della regina.

Secondo alcuni Edipo continuò a regnare su Tebe per qualche anno finchè cadde gloriosamente in battaglia. Secondo altri il fratello di Giocasta, Creonte, cacciò Edipo da Tebe maledicendo i suoi due figli e fratelli, Eteocle e Polinice. Edipo dopo aver vagato per molti anni di paese in paese, guidato dalla fedele figlia Antigone giunse a Colono, nell’Attica, dove le Erinni lo spinsero alla morte e Teseo seppellì il suo corpo ad Atene.

web.tiscali,it/mitologia

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L’AQUILA-BAALBECK, “GEMELLATE NEL MISTERO”.


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Solo pochi giorni orsono, scorrendo le pagine telematiche del sito ilcapoluogo.it, sono venuto a conoscenza dell’esistenza di uno straordinario gemellaggio che congiunge la città dell’Aquila ad una località del LIbano del nord chiamata Baalbeck. Devo dire che apprendere questa informazione in una fase acuta dei miei studi sulla città dell’Aquila è stata l’ennesima scossa, un altro tassello importantissimo che va ad inserirsi in quel puzzle sempre più chiaro sulla misteriosa storia del Capoluogo d’Abruzzo.

L’Aquila e Baalbeck gemellate può non significare molto a chi non conosce da dove sia nato questo legame cultural-politico tra le due città, ma sono a conoscenza di fitti legami invisibili riconducibili alle origini dell’Aquila, sorta forse a seguito di misteriosi saper ereditati proprio da Baalbeck.

Tornimao allora indietro nel tempo e conosciamo Baalbeck, così da dare un senso a questo gemellaggio probabilmente molto più profondo di quanto possano immaginare i fautori. Siamo in un antico periodo in cui la stroia degli uomini era legata a quella degli dei venuti dal cielo, da vincoli addirittura di sangue. Il diluvio universale era ancora un ricordo fresco e terribile e tra i Re ve ne era uno in particolare che non si accontentava del suo nobile titolo, ma volava ad ogni costo diventare come color che volavano sulle AQUILE, Gilgamesh, il Re di Erek, voleva l’immortalità.

GILGAMESH E IL VIAGGIO NEL PAESE DEI CEDRI

“Gli dei crearono l’uomo ma tennero per sé l’immortalità!” Con queste parole Gilgamesh, per 2/3 divino per un 1/3 umano, si rivolgeva al padre di tutti gli dei, quindi sangue del suo sangue, carico di rancore e tristezza, alla ricerca di una risposta al motivo per cui la sua piccola parte umana dovesse decidere il suo destino prematuramente. Così iniziava l’epopea di Gilgamesh tradotta da George Smith presso il British Museum di Londra nel 1876, grazie ad alcuna tavolette accadiche ritrovate presso la biblioteca di Ninive del Re Assurbanipal durante gli scavi. L’epopea risalente ad almeno 3000 A. C., metteva in luce come il re di Erek figlio di dea E. NI. NNA e di un mortale non contento dei suoi privilegi regali, volesse raggiungere come sua madre l’immortalità, e per farlo decise di intraprendere un viaggio che lo avrebbe portato nella terra del dio BA’AAL al nord del Libano, dove esisiteva il “luogo dell’atterraggio”. Qui gli dei erano soliti fermarsi dopo il loro cammino celeste a cavallo del loro Shem (missile) per riposarsi, e da qui la dea Ishtar soleva innalzarsi con la sua AQUILA per raggiungere i suoi fratelli Baal e Mot.

Egli voleva impossessarsi di uno Shem per raggiungere la dimora di tutti gli dei in cielo e ricevere così ciò che secondo lui gli spettava di diritto.
Credo non sfugga come 5000 anni fa presso i popoli mesopotamici l’odissea per eccellenza della loro cultura fosse imperniata sulle gesta di un semidio, il quale aveva ben chiaro quale erano le prorogativa tecnologiche dei propri dei e consaguinei, non solo per essere a loro pari.

Il suo viaggio inizialmente terreno doveva poi proseguirsi in cielo per poter reclamare ciò che faraoni, grandi condottieri, re, uomini, potenti di ogni epoca cercarono in tutti i modi: l’immortalità.
Ritorniamo alle sue gesta. Egli partì per il suo viaggio in compagnia di Enkiddu, suo fraterno amico, dopo aver ricevuto il benesatre del padre di tutti gli Dei Shamash, il lucente, il quale lo mise in guarduia dai pericoli della foresta dei cedri all’interno della quale avrebbero trovato il passaggio per il porto degli dei. Esso era sorvegliato da Huwawa, un terribile strumento di guerra capace di emettere dai suoi occhi il raggio della morte. Dopo un lungo e faticoso cammino i due arrivarono nei pressi della foresta e decisero di fermarsi a riposare prima dell’ultimo e faticoso sforzo. Alle prime luci dell’alba Gilgamesh venne svegliato da un rumore assordante e mentre una luce accecante si dirigeva verso il cielo, tutto intorno a lui e il suo amico veniva investito da una pioggia di morte fatta da scintille incandescenti.

I due capirono di essere vicini alla loro meta e presto trovarono un tunnel nascosto dall’erbacce che conduceva all’interno di un lungo tunnel dove il buio sembrava essere padrone assoluto di ogni cosa. Fu a quel punto che Huwawa si accorse degli intrusi e si apprestò ad usare il suo raggio, ma le preghiere di Gilgamesh al padre di tutti gli dei, sortirono come effetto quello di rallentare i movimenti del guardiano della grande caverna il tempo necessario affinchè Gilgamesh e dil suo amico lo potessero immobilizzare. La lotta fu terribile tanto che i due eroi esausti, supertao il terribile tunnel ed usciti in una grande radura, decisero di fermarsi presso uno specchio d’acqua. Qui avvenne l’imponderabile. La dea Ishtar, vedendo la bellezza di Gilgamesh, lo invitò a giacere con lei promettendo ricompense di ogni genere. Al rifiuto di Gilgamesh, il quale aveva nei suoi pensieri ben alrtro, la dea si infuriò scatenando contro i due amici il loro volante che li inseguì fino alle porte di Erek. Qui venne distrutto grazie all’intercessione di Shamash il lucente. Fu così che il viaggio di Gilgamesh non ebbe l’esito sperato nonostante lo stesso intraprese un altro viaggio nella terra di Tilmun (Sinai) per raggiungere il suo scopo, visse “solo” 126 anni, lasciando il suo trono al figlio Ur-Iugal.

Quando questi fatti avvennero è possibile capirlo dalla foto di Gilgamesh in cui è possibile notare il Re abbracciare da una parte un Leone indicante l’Era rappresentata dalllo sguardo dela sfinge. Periodo della sua costruzione quindi sarà il Leone, processionalemnte presente 12000 anni fa, mentre nella parte opposta il Serpente simbolo sumerico ci ricorda l’era dell’Acquario come 6 = LEONE, 6=ACQUARIO, 6 = UOMO cioè Gilgamesh, rappresenti il progetto Annunaki della creazione dell’uomo denominato 666 culminato in un semidio come ci racconta l’epopea numerica, partito però dall’unione di 2/3 di DNA della Madre cosmica e 1/3 di DNA di un ominide preesistente.

ARLES.

ARLES.

IL TETTO DI BA’AAL

La curiosità archeologica intorno ai luoghi dell’epopea numerica, ebbe una grande impennata quando nel 1928 un contadino, portò inavvertitamente alla luce dei resti di quella che fu classificata dall’archeologia come la città di Ugarit, distrutta degli Assiri durante le loro scorribande nei territori cananei al nord dell’attuale Libano. Vennero infatti ritrovate delle tavolette cuneiformi all’interno dei resti del palazzo dedicato al dio Ba’aal. Questi veniva indicato come il figlio del dio El, termine utilizzato anche dagli ebrei per definire il loro Dio. Sempre El, secondo la tradizone Cananea padre di 70 figli, concentrò tutta la sua attenzione su solo quattro di loro e cioè Ba’aal, Anat, Mot e Yam. Ma Ba’al, alleandosi con la sorella Anat, ebbe con uno stratagemma il controllo della zona più importante del territorio controllato dal dio EL la cresta di ZAPHON, Ba’al definito dai CANANEI come il dio che cavalcava le nuvole divenne amante della sorella ANAT e come promesso rintracciò l’architetto più importante per trasformare la CRESTA DEL NORD noto come ZARERHAT ZAPHON non solo come un luogo di atterraggio e riposo degli dei ma anche come dimora della PIETRA CHE PARLA, così si traduceva una tavoletta cuneiforme di UGARIT dove BA’AL si rivolgeva ad ANAT
HO UNA PAROLA SEGRETA DA DIRTI
UN MESSAGGIO DA BISBIGLIARTI
E’ UN MARCHINGEGNO CHE PARLA
UNA PIETRA CHE BISBIGLIA
GLI UOMINI NON CONOSCERANNO I SUOI MESSAGGI
LE MOLTITUDINI DELLA TERRA NON CAPIRANNO
Quindi considerando gli CANANITI DEL 3000 AC OMONIMI DI QUelli MESOPOTAMICI sostituiti poi da quelli greci e in seguito romani l’unica costante rimaneva il luogo dell’atterraggio dell’epopea di GILGAMESH che nel frattempo aveva trasformato il suo nome in CRESTA DELLO ZAPHON arricchendosi però grazie al dio BA’AL della PIERTA PARLANTE. Col tempo il culto del dio cananeo BA’AL diede il nome a quello che Gilgamesh nel suo viaggio per l’IMMORTALITA’ chiamava terra del’ATTERRAGGIO lo SPAZIO PORTO ANNUNAK I passò alla storia con il nome di BAALBEK. Per capire comE nei millenni in MEDIO ORIENTE fosse visto BAALBEK credo che una moneta della biblica GEBAL (BIBLO) della costa CANANEA FENICIA illustri splendidamente cosa BAALBEK nascondesse, un tempio che contiene uno strano marchingegno a tre piedi (LA PIETRA CHE PARLA) è affiancato da una specie di podio dal quale spunta una forma cronica che assomiglia a quel famosso SHEM O AQUILA utilizzato dallla dea ISHTAR tristemente cocnosciuta da GILGAMESH.

BAALBEK
Durante l’impero romano il più grande tempio dedicato a GIOVE non era a ROMA come logica ma in LIBANO su una cresta rocciosa alta 1200 metri strategicamente posizionata dove imperatori legionari e generali facevano a gara per recarsi e poter vedere questa meraviglia ereditata dal periodo ELLENICO famosa per i suoi ORACOLI, per più di 400 anni dell’impero romano ogni imperatore dedicò ingentissime somme per mentenre il sito BAALBEK perfettamente efficiente ristrutturando i templi in esso contenuti decicati a GIOVE, VENERE E MERCURIO ma soprattutto facendo riferimento alle sue sacerdotesse per avere oracoli soddisfacenti per un’immenso impero pe ravere oracoli soddisfacenti per un’immenso impero come quello romano, quando con COSTANTINO nel 340 DC ROMA divenne cristiana BAALBEK trasformò i suoi templi pagani in chiese cristiane fino al completo abbandono dopo la caduta delll’impero romano, divenne quindi sito MUSSULMANO. Ciò che però rendeva BAALBEK eccezionale era oltre ai templi che con il tempo si successsero la struttura gigantesca sulla quale tali edifici nei secoli vennero eretti, il primo studio archeologico voluto da KAISER GUGLIELMO SECONDO nel 1897 stabilì che l’intera zona copriva 50 km quadrati ed era stata edificata utilizzando massi in granito del peso superiore alle mille tonnellate, il tutto era stato ricavato da una cava presente a 2 km di distanza e sollevato a 1200 metri di altezza dove tutti i massi erano perfettamente incastrati a formare un perfetto balcone granitico atto a sopportare pesi tuttora incredibili, famosi erano i trlithon tre massi di enormi proporzioni di oltre mille tonnellate posti in un punto ben preciso del piano per sopportare il peso maggiore di tutta la cresta. Quindi un’immensa base rocciosa artificiale preesistente a qualsiasi religione umana aveva svolto un ruolo di base sulla quale costruire edifici sacri succedutisi nei millenni, ma le leggende parlano del loro atterraggio delle AQUILE ANNUNAKI, non solo, la PIETRA CHE PARLA del dio FENICIO BA’AL divenne motivo nei secoli del lunghissimo peregrinare per assistere agli ORACOLI delle SACERDOTESSE di BAALBEK. A distanza di millenni i miti, le leggende e la scienza sembrano finire dove inizia quella di altri uomini o meglio DEI, che in qualche modo a noi sempre più chiaro, hanno avuto una parte determinante nelle sorti umane, e l’AQUILA cosa c’entra in tutto ciò?

Portiamo il nome dei mezzi usati degli ANNUNAKI, per non parlare del fatto che 2/3 e 1/3 sono i rapporti numerici del LABIRINTO di COLLEMAGGIO e presenti sulla facciata di S. SILVESTRO, segreto eccelso della creazione umana di cui GILGAMESH era testimone e personnaggio primo di un’EPOPEA di 12000 anni fa nata in MESOPOTAMIA ed arrivata a noi grazie alle pietre di una città che rappresenta con un gemellaggio sconosciuto un ponte incredibile con la storia dell’uomo.

BAALBEK - LIBANO, LUGLIO 2009.

BAALBEK - LIBANO, LUGLIO 2009.

Michele Proclamato
www.misteria.org

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LA KRYPTONITE? ESISTE DAVVERO TROVATA IN UNA MINIERA SERBA.


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Il meteorite che nella fantasia risultava letale per Superman nella realtà è biancastro, terroso, non emette radiazioni ed è innocuo.

La scoperta è stata fatta dai geologi di un’azienda mineraria,
Il reperto custodito nel Museo di Storia Naturale di Londra.

LONDRA – Nella fantasia è verde e luccicante. Nella realtà è biancastra e non emette radiazioni. La kryptonite, il pericoloso materiale a cui Supperman è allergico, ha smesso di essere una sostanza fantastica. Un’équipe di scienziati del Museo di Storia Naturale di Londra ha scoperto il nuovo materiale in una miniera in Serbia.

L a Kryptonite, nelle strisce dei fumetti di Superman, è la sostanza arrivata in frammenti sulla terra dopo la colossale esplosione che ha distrutto il pianeta Krypton. Per il super-eroe è pericolosissima e ne fiacca i poteri. Superman, infatti, caratterizzato da un metabolismo insolito, non può sostenere una esposizione prolungata alle radiazioni di questo materiale senza rischiare effetti letali.

In realtà il materiale trovato in Serbia, appare molto diverso da quello, messo a punto dalla fantascienza: è biancastro, terroso, non emette radiazioni ed è assolutamente innocuo. Eppure la sua formula (sodio, litio, boro e idrossido di silicio) è la stessa descritta in Superman returns, la super-produzione cinematografica del 2006, diretto da Bryan Singer, dove Lex Luthor, l’arcinemico dell’eroe, ne ruba il frammento ritrovato ad Addis Abeba ed esposto al museo Metropolis.

Secondo il direttore del Museo di Storia Naturale londinese, Chris Stanley, il minerale trovato ha una composizione identica con l’unica eccezione del fluoro “davvero averne cura, non vorremmo privare la Terra del suo famoso super-eroe, ha dichiarato, ironico, Stanley. il direttore del museo ha scoperto la somiglianza delle due composizioni chimiche facendo casualmenete delle ricerche su Internet.

La cconferma che si tratti di un nuovo materiale è arrivata da successivi test effettuati anche presso il National Research Council in Canada.

Il minerale scoperto non potrà chiamarsi Krytonite ed è già battezzato Jadarite, perchè ritovato in una miniera della regione di Jadar, in Serbia. Gli appassionati del super-eroe potranno prenderne visione nel museo di storia naturale della capitalke britannica. Per comprensibile cautela è immaginabile che Clark Kent, alias superman, non si farà vedere da quelle parti.

La Reppublica.

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