CONSTANTIN BRANCUSI.


DEDICATO A CATY.

INTRODUZIONE

“cerco la forma in tutto quel che intraprendo, per risolvere il difficile e folle problema dell’ottenere tutte le forme in una sola… Credo che una forma vera debba suggerire l’infinito. Le superficie dovrebbero sembrare come se partissero dalla massa verso un’esistenza perfetta, completa” Constantin Brancusi.
CONSTANTIN BRANCUSI, il grande scultore rumeno che agli inizi del secolo lasciò il suo piccolo paese alle falde dei carpazi per recarsi a Parigi a piedi, per la gran parte di un viaggio allora molto cmplicato.
E’ lo stesso viaggio che, un pò meno agevolmente, si poteva fare quarant’anni anni fa quando, nell’agosto del 1968, ACHILLI PERILLI attraversò la frontiera jugoslava con la sua compagna e una Fiat appena comprata. Il pittore, che aveva appena fatto scandalo sigillando con Gastone Novelli, in segno di protesta, le sue opere alla biennale di Venezia, AVEVA UNA SORTA DI OSSESSIONE PER BRANCUSI: “Avevo in testa soprattutto la colonna senza fine e volevo vederla con i miei occhi e non solo in fotografia”. La colonna infinita, alta oltre trenta metri e opera che non ha centro, inizio e fine, è una struttura modulare in metallo che riprende le antiche forme lignee dei pilastri che sorreggono le case tradizionali della regione. Si trova nel parco di Tirgu Jiu, qualche chilometro da Hobita, dove negli anni trenta Brancusi tornò per realizzare altri grandi sculture in memoria dei caduti della grande guerra: la porta del bacio e la tavola del silenzio, oltre appunto alla colonna senza fine. Perilli aveva conosciuto le opere di Brancusi a Parigi: “Ma lui – ricorda adesso l’artista nella casa sulle colline umbre dove lavora a grande sculture lignee – non lo avevo mai incontrato”. Contemporaneo di Modigliani, Matisse e Duchamp, l’uomo che porterà le sue opere sul mercato americano, Brancusi è però assai meno noto, almeno in Italia, rispetto ad altri contemporanei: “E’ quel che succede in un paese ignorante – commenta causticamente Perilli mentre tira fuori le foto del suo viaggio di quarant’anni fa –  eppure  Brancusi è forse il maggiore scultore del secolo scorso”. La voglia di andare nella sua città natale diventa possibilità reale quando, nell’estate del 68, Perilli è in Croazia, ospite del comune di Vela Luka, dove il suo amico Jean-Clarence Lambert lo ha invitato agli incontri internazionali promossi della piccola località sull’isola di Corciula. Lì incontra Tadeusz Kantor e altri artisti come i cecoslovacchi Bostikc e Kolibal. E lì nasce l’idea di andare a Tirgu Jiu. “Ma non fu un viaggio agevole, perchè l’invasione di Praga del 68 aveva messo in allerta l’intero esercito jugoslavo e viaggiammo accompagnati dai movimenti dei carri armati lungo la frontiera….” Perilli la casa di Hobita non la visitò, è poco distante da Tirgu Jiu e adesso ci sono anche indicazioni turistiche che segnalano il luogo di nascita di Constantin. E’ un’abitazione contadina povera, le stanze basse e le finestre piccolissime. Ma tutta intagliata con i motivi cari alla “colonna infinita”. Una compita signora fa da guida ai turisti, in gran parte turisti locali, che la domenica visitano il luogo da cui Constantin partì verso il suo sogno parigino. I dettagli li racconta invece Moise Bojinca, cancelliere dell’università di Tirgu Jiu dedicata allo scultore. Un centro da cui passano diecemila studenti e che è molto lontano dall’immagine che Perilli rimanda della misera Tirgu Jiu di 30 anni fa: gli alberghi non mancano, né i ristoranti dove mangiare sarmale, involtini di carne e versa tradizionali, innaffiati da ruvido vino rosso. Bonjica pensa che l’Europa potrebbe essere un’occasione di rilancio anche per questo luogo dove,  a pochi chilometri dalla casa natale, si vedono i resti di alcune sculture create degli allievi dell’università, che però adesso attraversa qualche difficoltà. ” A noi l’Europa sembra un’opportunità – dice Bojinca – anche se, nella percezione generale, non sembra che la Romania sia pronta per questo percorso”. Chissà, un secolo fa Brancusi lo fece a piedi, quarant’anni fa Achille Perilli, mentre l’Europa dell’Est rimbombava dei carri armati a Praga e quella dell’Ovest degli slogan di valle Giulia e del maggio francese, quella strada la percorse, con qualche guaio, in macchina. Adesso si può fare, con una tirata, in meno di 24 ore. LA COLONNA INFINITA DA QUALCHE PARTE UNA FINE E UN INIZIO DEVE PUR AVERLI.

BREVE STORIA

Constatin Brancusi nasce in Romania ad Hobitza – Craiova il 19-02-1876 – Parigi 16 marzo 1957, Compie i primi studi alla scuola d’Arte e Mestieri di Craiova (1894-98): Dal 1898 al 1901 studia all’accademia di Belle Arti di Bucarest. Ha quindi modo di lavorare per qualche anno a Vienna e Monaco. Nel 1904 si trasferisce a Parigi. Nel 1905 si iscrive all’école des Beaux-Arts. Qui entra in contatto con lo scultore Mercié. Nel 1906 espone al Salon de la Société nationale des Beaux Arts e al salon d’Automne. Entra anche in contatto con Auguste Rodin  e inizia un breve periodo di praticantato nel suo atelier. Tra il 1907 e il 1908 realizza il bacio. La scultura è il primo segnale di una svolta antinaturalistica, tesa alla progressiva stilizzazione delle forme. La stessa ricerca lo porterà, negli anni successivi, a concentrarsi su alcuni temi privilegiati: Teste, Maiastre, Uccelli nello spazio, pesci. Intorno al 1908 Brancusi conosce Henri Matisse, Amedeo Modigliani, Henri Rouseau e Fernard Lèger. Due anni dopo diventa amico di Marcel Duchamp, che si incarica di promuovere la sua opera negli Stati Uniti. Mantiene sempre stretti rapporti con la Romania, dove effettua frequenti viaggi. Ogni anno espone a Buacrest. Nel 1912 espone al Salon des Artistes Indépendants e vince il primo premio al salone di Bucarest. Nel 1913 partecipa all’Armory Show di New York con 5 sculture. Nel 1914 espone alla Galleria 219 di Alfred Stieglitz, sulla quinta strada di New York. Tra il 1914 al 1918 si dedica alla scultura in legno, realizzando opere di ispirazione primitivista. Nel 1918 scoplisce la prima colonna senza fine, omaggio alll’arte popolare rumena e alle figure totemiche primitive. Sempre più attratto dalle forme pure, studia l’arte egizia, cicladica e messicana. creò una serie di sculture in legno che testimoniano il suo interesse per il primitivismo.

Metro Montparnasse.

Metro Montparnasse.

ATELIER BRANCUSI

Nel 1997 veniva inaugurato, proprio davanti al Beaubourg, l’Atelier Brancusi, ricostruito da Renzo Piano (Centre Georges Pampidou Paris 4e Marais). Dello studio modestissimo, quasi rurale, vicino a Montparnasse, rimangono molte fotografie, scattate dallo stesso scultore, che ne esaltano la bellissima luce spiovente proveniente dai lucernai. Era un laboratorio vero, sporco di gesso e pietra, un posto disordinato e caotico, pieno di attrezzi e calchi, e forme abbozzate, dal quale Brancusi faticava ad allontanarsi, tanto che negli ultimi anni della sua vita preferiva che le sue sculture venissero viste lì, e poco prima di morire fece dono di tutto, attrezzi e taccuini compresi, allo stato francese, a condizione che lo studio non venisse scomposto; come spesso accade, questa volontà fu disattesa poco dopo la sua morte, visto che le costruzioni della strada vennero demolite, e lo studio ricomposto provvisoriamente, non molto lontano dalla sede attuale. Centre Georges Pampidou: ATELIER BRANCUSI, bassa costruzione antistante l’edificio, in cui si è cercato di ricostruire il più fedelmente possibile l’atelier del grande scultore Constantin Brancusi, CON L’AUSILIO DELLE OPERE E DEGLI OGGETTI LASCIATI ALLA SUA MORTE. “Brancusi era un ometto meraviglioso, con la barba bianca, gli occhi scuri e penetranti, qualcosa a metà fra un contadino astuto e une vera divinità”. Così Peggy Guggenheim, nella sua autobiografia pubblicata da Rizzoli, descrive l’artista Rumeno, con il quale strinse un’amicizia particolare e per nulla disinteressata (Peggy sperava di ereditare il celebre atelier) a Parigi, durante gli anni di guerra. Sperava anche di poter spuntare un buon prezzo per l’acquisto delle due opere. la Maiastra, e l’uccello nello spazio sempre in bronzo. La prima fu acquistata per mille dollari dalla sorella di Paul Poiret; il secondo, dopo che Brancusi aveva richiesto quattro mila dollari, fu comprato in dollari a New York, ma l’artista venne pagato in franchi da Peggy, in questo modo riuscì a risparmiare mille dollari. Ora queste due statue figurano, in un ambiente quasi sacrale presso la collezione Peggy Guggenheim di Venezia. Il bianco è un colore dominante in Constatin Brancusi: di bianco si vestiva; il suo famoso atelier, ora ricostruito presso il Centre Pampidou di Parigi, era tutto ricoperto dalla polvere bianca delle sue opere, come riferisce la stessa Peggy nella sua autobiografia; inoltre questo colore è quanto mai consono al processo di astrazione a cui l’artista sottoponeva, nelle varie versioni, le sue opere (la sua tensione verso l’assoluto ovvero il suo tendere alla divinità, uno dei due aspetti rilevati da Peggy). In questo caso, però la dizione al bianco, è riferita alla sua attività di fotografo, rigorosamente in bianco e nero.

ATTIVITA’ ARTISTICA

Constatin Brancusi è sicuramente UNO dei più importanti scultori del XX SECOLO, è l’iniziatore della scultura moderna a tutti gli effetti. Con lui la scultura ha sfiorato l’astrazione radicandosi al tempo stesso nel simbolismo più arcaico, realizzandosi in forme di purezza mai vista. La precisione della forma e la cura dell’oggetto coniugate alla profondità della cultura e all’eternità del mito descrivono un’arte che ancora teneva insieme tecnica e sapienza, individuo e collettività. Figura leggendaria di artista che attraversa l’Europa a piedi per raggiungere Parigi della Romania da cui veniva, per poi chiudersi per decenni in uno studio-abitazione, ambiente “naturale” per lui stesso e per la sua opera, lasciato in eredità purchè conservato integro allo stato francese, Brancusi è un artista completo, che come tutti i grandi testimonia le proprie scelte estetiche con la vita stessa. La sua arte si erge in modo autonomo e autorevole per l’originalità e il rigore dello stile, teso alla definizione di una forma essenziale. La critica ha avuto sempre difficoltà a collocare la figura di Brancusi in un movimento ben determinato. Oggi insieme a colleghi-amici come Chagall e Modigliani, viene solitamente incasellato nella cosiddetta “E’cole de Paris”. E’ chiaramente una scelta alquanto neutrale, più che altro di comodo. Ma serve comunque a sottolineare alcuni aspetti della figura di Brancusi:

  • la sua indifferenza nei confronti dei grandi movimenti d’avanguardia,
  • il sostanziale isolamento della sua ricerca,
  • l’importanza dei risultati da lui raggiunti e del suo posto nel clima vitale e cosmopolita della Parigi di inizio secolo.

L’attività di Brancusi si è espressa soprattutto in scultura. In questo campo i suoi sforzi si sono indirizzati verso un costante processo di semplificazione della forma. ricercare una forma essenziale che consentisse di sprigionare la tensione e l’energia della materia. Questo è lo scopo alla base di tutte le sue opere più note e non : Maiastra, Uccello nello spazio, Colonna senza fine. La maturazione delle sue idee e del suo stile così personale avviene in un momento cruciale della storia dell’arte. Brancusi vivi a Parigi, crocevia di innumerevoli apporti culturali, vive a contatto di tanti altri coetani: Modigliani, Léger, ecc. In questo contesto Brancusi si rivolge a generi scultorei semplici: la testa, la stele, la cariatide: Lavora con frome solide elementari: l’uovo, la sfera, il cubo, i solidi trapezoidali. Sperimenta l’interazione di queste forme con vari tipi di materiali, grezzi e lucidati: pietra, legno, bronzo, ottone, marmo. Ma la sperimentazione tocca anche aspetti più complessi, come la combinazione di elementi diversi, o la moltiplicazione di una froma modulare. Da cui, ad esempio, la sovrapposizione di una forma principale ad un’altra, che funge da suo basamento. Oppure lo sviluppo di opere modulari, come nel caso della Colonna senza fine. Brancusi non si è occupato soltanto di scultura. Ha creato oggetti d’arredo e si è occupato anche di fotografia, riproducendo personalmente buona parte delle sue opere. La ricerca della forma pura ha portato Brancusi a esplorare territori mai toccati. Il suo stile pulito essenziale ha influenzato molti artisti della sua generazione, tra cui Modigliani, Arp e Moore. Ma le forme modulari di certe opere in legno, come la Colonna senza fine, hanno esercitato una grande influenza anche nello sviluppo del minimalismo americano degli anni 60.

IL PARCO DI TARGU JIU

Le sculture per il giardino pubblico di Targu Jiu, forse l’opera più importante che Constantin Brancusi ha lasciato al proprio paese, presentano alcune particolarità interessanti:

  • Il complesso si sviluppa lungo un viale che parte dalla riva del fiume Jiu, dove si trova il complesso formato da un tavolo e dei sedili noto come il tavolo del silenzio fino a giungere all’estremo opposto del parco dove, in prossimità dell’entrata principale, si trova la porta del bacio, finemente e riccamente scoplita;
  • Il viale in questione si trova in asse con la chiesa ortodossa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, la principale della città, e corre lungo il 45° Parallelo,
  • Circa due chilometri oltre, sempre sullo stesso asse ed ormai all’esterno dell’abitato, si trova un altro parco, di fatto un grande prato con sentieri tracciati, bassi cespugli e panchine, in cui si erge la colonna dell’infinito, rappresentazione di quella tendenza all’infinito tipica dello sculture. Dai primi del 2003 l’immagine della colonna dell’infinito è stata inserita al centro dello stemma di Targu Jiu.

Le opere (del complesso architettonico di Targu Jiu), sono tre e nel contempo Uno (le opere vennero denominate da Brancusi stesso Trigemea, ovvero le tre ipostasi dell’Uno primordiale). L’asse sintagmatico sul quale si concatenano è Calea sufletelor, ossia il percorso delle anime.

BRANCUSI FOTOGRAFO

Oltre a scultore fu fotografo di straordinaria capacità immaginativa e tecnica, e in rapporto con fotografi di calibro di Man Ray o Charles Sheeler. Fotografia e scultura: binomio inscindibile del pensiero dell’artista, anche se più spesso l’accento è caduto sull’opera scultorea di Brancusi ritardando la scoperta della seduzione che le sue immagini, ottenute dall’alchimia del processo fotografico, sanno emanare. Brancusi del resto, cercava nella fotografia la somiglianza, non l’esattezza: una dimensione sapzio-temporale della rappresentazione che condivide con la scultura l’esserci oltre il momento, ma che per esprimere la materia, la luce, il reale cerca visioni insuali, strumenti e tecniche rari. L’artista che giunse a possedere fino a quattro macchine fotografiche contemporaneamente, e sviluppava personalmente le fotografie nella camera oscura dell’atelier, ci ha lasciati 1865 negativi e stampe originali (conservati nei fondi del Musée national d’art moderne di Parigi, legato Brancusi 1957) in cui si scopre uno straordinario  spirito sperimentale: inversione e sovrapposizione di negativi, solarizzazioni, stampe in controparte, a contatto e a ingrandimento. All’interno di questa visione la fotografia acquisita, dunque, il valore di opera autonoma, non subordinata alla scultura ma in grado, anzi, di portare a compimento il lavoro sulla scultura stessa. la fotografia diventa scultura ultima emanazione luminosa di un processo fisico che segna l’esito ultimo della ricerca sperimentale di Brancusi. Affrontò la fotografia come un piccolo chimico. Non certo come una mera documentazione della sua scultura, ma come un’opera di ricerca in parallelo. Da tecnico maniacale allestì camera oscura nell’atelier, ripeteva per giorni l’esperimento, attratto dal potere degli strumenti. Voleva entrare fino in fondo al procedimento, esigente e preciso com’era nel resto dell’opera scoplita. Usava apparecchi professionali, lavorava con quattro macchine contemporaneamente, poteva servirsi di negativi in undici formati, cambiare quattro pellicole diverse per immortalare lo stesso oggetto – come per la sequenza della “Leda” – stampare formati fino a una grandezza naturale dell’opera – come il neonato. Aveva due cineprese, una 16 e una 35 mm – e con la luce faceva quello che voleva, a cominciare dalla posa anche con due o tre fonti luminose, fino al gioco dei tempi di esposizione. Ancora nel 1949 si faceva mandare la carta migliore dagli stati uniti. E poi giocava con gli artefici. Sovrapponeva negativi, interveniva con graffi ed elaborava coperture. Si muoveva tra i liquidi dello sviluppo con il piglio scientifico con cui trattava i marmi, i legni e i bronzi della sua scultura. Brancusi non voleva buone fotografia, cercava la somiglianza, l’idea, l’evocazione, l’intuizione, l’aura, l’anima e non il corpo dell’oggetto. Ai limiti del visibile. Brancusi l’oggetto lo attraversava. Voleva la sua ombra. “Brancusi non cercava un’identità impossibile della pietra o del metallo con l’immagine fotografica – spiega Paola Mola, studiosa dello scultore – La sua era la costruzione di un altro ultrasottile e commesurabile con il primo. Qualcosa che potesse accogliere il trapianto senza rigettarlo, un somigliante appunto.

CASO BRANCUSI

Due brevi premesse sono necessarie per meglio comprendere la dinamica dei fatti processuali:

  • la ricerca artistica di Brancusi porta lo scultore ad una progressiva stilizzazione delle forme;
  • nel 1910 diventa amico di Marcel Duchamp, il quale promuove le sue opere negli Stati Uniti.

IL FATTO

Nell’ottobre del 1926, Brancusi decide di esporre negli Stati Uniti una sua scultura del 1923, Bird in Space, dalle forme molto stilizzate (atttualmente la scultura è stata valutata 27,5 milioni di dollari).
Brancusi sbarca a New York dalla nave Paris, accompagnato dell’amico Marcel Duchamp, diretti alla galleria d’avanguardia Brummer.
Un funzionario della dogana (F.J.H Kracke) apre la cassa e scopre, tra le altre cose, un oggetto di bronzo lucido su una base di metallo.
Poichè non riusciva a vederci l’essenza del volo, cioè quello che l’artista voleva comunicare, il funzionario classificò l’oggetto come “Kitchen Utensils”, destinato al commercio, rifiutando di applicare l’esenzione fiscale (duty free) prevista del paragrafo 1704 del Tariff Act del 1922, relativo alle opere d’arte.

Duchamp e Brancusi si indignano, protestano, fanno presente che l’oggetto è una scultura ed è destinata al BUMMER SHOW, cercano di fare leva sulla notorietà dello scultore che aveva già esposto nel 1913 all’Amory Show, sulla evidente portata artistica dell’oggetto e anche sulla probabile ironia che avrebbero fatto i giornali definendo il maestro “scultore di cose insignificanti”

Ma non c’è nulla da fare: Brancusi si vede quindi costretto a pagare la cifra prevista dal paragrafo 399 per l’importazione di manufatti di metallo: il 40% del prezzo di vendita, ossia (su 240$) circa 2,400 $. Il funzionario fuga ogni suo residuo dubbio (sull’introduzione di oggetti nel paese a scopo di commercio, dunque tassabili) quando scopre che Brancusi ha venduto delle altre sculture.

Per Brancusi non cè un’altra strada che quella del processo, ma alle udienze non compare personalmente: preferisce farsi rappresentare dai propri legali, Maurice Speiser e il suo socio Charles Lane. Inizia il processo Brancusi Versus United States, U. S. Customs Court, Third Division che terminerà due anni dopo con la decisione del 26 novembre 1928.

IL PROCESSO

I giudici sono George Young e Byron Waite.
Sei testimoni depongono a favore di Brancusi: il fotografo Edward Steichen, lo scultore Jacob Epstein, l’editore della rivista The Arts Forbes watson, l’editore di Vanity Fair Frank Crowninshield, il direttore del Brooklyn Museum of Art William Henry Fox ed il critico d’arte Henry mcBride.

Marcus Higginbotham è l’avvocato che rappresenta la Dogana. Ci sono anche due testimoni per il Governo U.S.A: gli scultori Robert Aitken e Thomas Jones.
La dogana difende l’operato del prorpio funzionario, richiamando un precedente giudiziario: il caso United States Versus Olivotti del 1916, dove si era riconosciuta la qualifica di “opera d’arte” solo a quei manufatti che sono “imitations of natural objects” (imitazioni di oggetti della natura).
Viene esibita la scultura come reperto Exhibit 1 e comincia l’interrogatorio dei testimoni.
Il giudice Waite chiede a Steichen “Lei come lo chiama questo?”, e Steichen risponde: “lo chiamo come lo chiama lo scultore, oiseau, cioè ucello”.
Waite continua: “come fa a dire che si tratti di un uccello se non gli somiglia?” Steichen: “si, vostro onore”.
Ma Waite insiste: “se lei lo avesse visto per la strada, lo abvrebbe chiamato uccelllo? Se lo avesse visto nella foresta, gli avrebbe sparato?” e Steichen: “no vostro onore”.

Durante il processo, tutti i testimoni di Brancusi difendono il lavoro di astrazione del maestro ed affermano che il nome dato oll’opera non è rilevante quanto le proporzioni armoniose e la bella manifattura.
Al contrario, i testimoni governativi affermano che la scultura è too abstract (troppo astratta): “Mr. Aitken, mi direbbe perchè questa non è un’opera d’arte?”, e Aitken: “Prima di tutto perchè non è bella e non mi piace”.

I legali di Brancusi sostengono che la scultura è un’opera d’arte originale, argomentando dalla legge sul copyright, affermano che il loro assistito non l’ha prodotta for a profit (esibendo una lettera di Brancusi a Duchamp anteriore alla mostra, dove lo scultore scrive di aver rifinito l’oggetto by hand, cioè con le proprie mani). Ma questo non fa ancora di Brancusi un’artista agli occhi dei legali governativi, nè dell’oggetto una scultura, perchè nel Tariff Act del 1922, che dispone l’esenzione dal dazio per le opere d’arte, manca un criterio giuridico per individuarle e dunque i giudici devono fare ricorso ad elementi eterointegrativi.

LA DECISIONE

Nella sentenza del 26 novembre 1928, i giudici assolvono Brancusi: Bird In Space è un’opera d’arte e come tale è esente dal dazio. In sentenza si legge: “L’oggetto considerato… è bello e dal profilo simmetrico, e se qualche difficoltà può esserci ad associarlo ad un uccello, tuttavia è piacevole da guardare e molto decorativo, ed è inoltre evidente che si tratti di una produzione originale di uno scultore professionale… accogliamo il reclamo e stabiliamo che l’oggetto sia duty free”.

COMMENTI

I giudici che accolsero il reclamo di Brancusi, commentarono la vicenda affermando: “che abbiamo o no simpatia per le idee nuove o quelli che le rappresentano, pensiamo che la loro esistenza e la loro influenza nel mondo … vada presa in considerazione”.

Kracke (il funzionario doganale) in un’intervista all’Evening Post spiega: “se quello dice di essere un artista, io sono un muratore”, ma in generale anche l’opinione pubblica era orientata a pensare che Brancusi come scultore lasciasse troppo all’immaginazione.

Lo stesso Steichen (che poi acquistò la scultura da Brancusi) afferma dopo il processo: ” Bird in Space è stato il migliore testimone di sè stesso. E’ stato l’unica cosa che fosse chiara alla corte: splendeva come un gioiello”.

OPERE

  • Il bacio (1907-1908) : cimitero di Montparnasse
  • Ritratto della baronessa R.F (1909)
  • Musa addormentata
  • Maiastra (1910-1912): Museo Peggy Guggenheim Venezia
  • Mademoiselle Pogany (1913)
  • Princesse X (1915-1916)
  • Il bacio (1916)
  • La strega (1916-1924)
  • Timidezza (1917)
  • Il bambino nel mondo (1917)
  • Musa addormentata III (1919-1920)
  • L’uccello d’oro (1919-1920)
  • L’inizio del mondo (1920)
  • Colonna senza fine (1920 circa) Giardino Targu Jiu
  • Adamo (1921)
  • Adamo ed Eva (1921)
  • Socrate (1921-1922)
  • Pesce (1922)
  • Nuovo nato (1923 circa)
  • il gallo (1924)
  • Pesce (1924)
  • Uccello nello sapzio (1931-1936): Museo Peggy Guggenheim Venezia
  • Uccello nello spazio (1932-1940)
  • il gallo (1935)
  • Colonna senza fine (1937): Giardino Targu Jiu
  • La porta del bacio (1937-1938): Giardino Targu Jiu
  • il tavolo del silenzio… parla (1937-1938): Giardino Targ Jiu

Emanuele Giordana: lettera 22, associazione indipendente di giornalisti Lidia Panzeri: myvenice.org Laura Larcan: repubblica 17/02/2005 www.centroarte.com www.marcosymarcos.com

4 commenti

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4 risposte a “CONSTANTIN BRANCUSI.

  1. Notevole storia, e carino anche il video

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  3. Pingback: Il doodle di Google per Constantin Brancusi.

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