Archivi del mese: febbraio 2009

LA CELIACHIA O MALATTIA CELIACA.


Eglise Saint Jean - Lyon - France

Eglise Saint Jean - Lyon - France.

CHE COS’E’ LA CELIACHIA O MORBO CELIACO

E’ una intolleranza permanente al glutine, complesso proteico contenuto in: grano tenero, grano duro, farro, segale, kamut, orzo, e altri cereali minori. Tra i cereali che non contengono glutine ci sono il mais e il riso.

Il glutine si trova nel pane, pasta, biscotti, pizza e in ogni prodotto contenente tali cereali o anche in alimenti a seguito di contaminazioni. Viene anche usato come ingrediente in salse, zuppe, preparati carnei precotti e come addensante nelle formulazioni in tavolette o pastiglie di alcuni farmaci.

Il glutine è una sostanza molto usata nell’industria alimentare perchè aiuta a dare elasticità e consistenza al prodotto finale ed inoltre favorisce la lievitazione degli impasti.

L’ingestione di glutine, nei pazienti affetti, provoca un grave danneggiamento dei villi della mucosa intestinale con un conseguente inefficace assorbimento dei nutrienti. Il malassorbimento può portare a carenze nei diversi distretti dell’organismo determinando altre patologie. Questo può essere particolarmente grave nei bambini.

La celiachia è la più frequente intolleranza alimentare presente a livello mondiale.

Il morbo celaico è dovuto ad un’untolleranza al glutine causante un’atrofia dei villi dell’intestino tenue ed un conseguente malassorbimento di gravità variabile.

COME SI MANIFESTA

La celiachia presenta manifestazioni cliniche variabili, a seconda dell’età del paziente:

LA FORMA TIPICA O CLASSICA: esordisce solitamente nel bambino nei primi mesi di vita, durante lo svezzamento, con l’introduzione di alimenti contenenti glutine, si manifestano sintomi quali: diarrea cronica, vomito e ritardo dell’ acrescimento. Il bambino risulta essere denutrito sia per la perdita di appetito, che per il ridotto assorbimento intestinale dei principi nutritivi. L’addome appare molto dilatato in contrasto con la magrezza di braccia, gambe e glutei secondaria alla malnutrizione.

un insufficiente assorbimento di ferro spiega l’anemia, che determina pallore della cute e costante spossatezza. Di frequente compaiono umore triste e irritabilità che, insieme con la mancanza di appetito, possono essere scambiati nel bambino più grande per depressione o anoressia nervosa. La difettosa assimilazione di calcio e vitamina D ostacola la formazione delle ossa, causando rachitismo nel bambino e osteoporosi nell’adullto. A questi si accompagnano sintomi dovuti a malassorbimento quali: anemia, alterazioni della coagulazione, edemi, deficit di vitamine e oligominerali.

Oggi questa forma è sempre meno frequente perchè la diagnosi di celiachia è più precoce.

LA FORMA LATENTE O POTENZIALE: è una variante clinica in cui la malattia esiste ma non si è ancora manifestata. Si tratta di soggetti che al momento della diagnosi presentano una mucosa intestinale microscopicamente normale in presenza di marcatori anticorpali positivi. Questi pazienti non vengono sottoposti ad un regime dietetico privo di glutine, ma è opportuno seguirli nel tempo per poterli identificare ed eventualmente trattare prima della comparsa di complicazioni, che potrebbe essere la prima manifestazione clinica della celiachia.

I pazienti con malattia celiaca latente a distanza di tempo presenteranno un’atrofia della mucosa intestinale, che regredisce dopo una dieta priva di glutine.

FORME SILENTI: E’ caratterizzata dalla presenza di lesioni della mucosa intestinale tipiche della celiachia in assenza di sintomatologia, tali lesioni regrediscono dopo dieta priva di glutine. L’esistenza della “forma silente” della malattia si è evidenziata grazie agli screening effettuati su familiari di primo grado asintomatici di pazienti celiaci, è risultato infatti che circa il 1o- 15% di questi soggetti presenta una mucosa intestinale atrofica.

LA DIAGNOSI

Il gold standad diagnostico è la “biopsia, mediante endoscopia, della mucosa del digiuno“, che rileva le caratteristiche lesioni a livello della mucosa del digiuno:

  1. atrofia dei villi intestinali (villi appiattiti),
  2. iperplasia delle cripte,
  3. infiltrazione della lamina propria da parte dei linfociti mucosali.

Questi lesioni sono reversibili escludendo il glutine dalla dieta.

L’esame consiste nel prelevare chirurgicamente un pezzetto di mucosa dell’intestino tenue (digiuno) per osservarlo al microscopio (esame istologico e citologico). La biopsia viene eseguita per via endoscopica, inserendo un sottile tubo flessibile nella bocca del paziente e facendo passare attraverso esofago e stomaco fino al duodeno ed al digiuno; tale metodica consente di eseguire un prelievo di tessuto mirato nel punto in cui la parete intestinale appare alterata.

Attualmente i soggetti da sottoporre ad esame endoscopico vengono individuati con dei test che, con un semplice prelievi di sangue, rilevano la presenza nel siero degli anticorpi caratteristici della malattia (anti-gliadina, anti-endomisio ed anti-transglutaminasi); questi vengono generalmente eseguiti prima della biopsia ed è per questo motivo che sono largamente usati anche per gli studi di screening. La positività agli anticorpi non è diagnostica, ma è utile selezionare quei pazienti da sottoporre alla biopsia intestinale.

La determinazione degli anticorpi anti-transglutamasi e anti-endomisio ha dimostrato una sensibilità del 78% ed una specificità del 100% per la diagnosi di celiachia.

Si è visto che è in aumento il numero di soggetti a cui viene posta diagnosi di malattia celiaca in seguito a programmi di screening sierologici sulla popolazione generale o su gruppi a rischio (parenti di soggetti celiaci, soggetti affetti da sindrome di Down, sindrome di Turner o diabete mellito insulino-dipendente di I tipo) e che al momento della diagnosi non presentano nessun sintomo o lamentano soltanto un senso di malessere generale dopo un pasto con cibi contenenti glutine (forme silenti).

Cause di atrofia dei villi intestinali diverse dalla celiachia, da considerare nella diagnosi differenziale.

  • Enteropatia da immunodeficienza,
  • enteropatia da radiazioni,
  • enteropatia autoimmune,
  • gastroenterite eosinofila,
  • giardiasi,
  • linfoma intestinale,
  • morbo di Crohn,
  • Malattia di Whipple,
  • sindrome di Zollinger-Ellison,
  • sprue tropicale,
  • sprue collagenosica,
  • tubercolosi intestinale.

LA TERAPIA

L’unica terapia attualmente disponibile per la malattia celiaca è l’esclusione totale e permanente dei cereali contenenti glutine della dieta. Tra i principali: grano tenero, grano duro, segale ed orzo. Per quanto riguarda l’avena, le evidenze sperimentali indicano che la stragrande maggioranza dei celiaci può tollerarla, tuttavia per precauzione è bene non includerla nella dieta priva di glutine soprattutto per il rischio di contaminazione.

Per i celiaci il rispetto della dieta priva di alimenti contenenti glutine è indispensabile al fine di ottenere la remissione dei segni e sintomi della malattia: il titolo anticorpale si riduce sino a scomparire e l’intestino tenue riacquista la sua normale morfologia e funzione assorbente. Inoltre, la stretta osservanza della dieta, è determinante per prevenire lo sviluppo di possibili complicanze connesse con i deficit nutrizionali o con lo stato di infiammazione cronica del sistema immunitario intestinale.

La terapia dietetica è difficile da seguire a causa della diffusione dei cereali contenenti glutine nell’alimentazione quotidiana. La qualità di vita dei pazienti può risulatre condizionata in modo importante dalla dieta, che ne limita anche la vita sociale (si pensi alla difficoltà di consumare pasti fuori casa). Il glutine lo si può trovare anche in molti prodotti alimentari non contenenti cereali, ma a cui è stato aggiunto nel corso dei processi produttivi industriali.

Coloro che sono affetti di celiachia possono consumare tranquillamente molti alimenti: tutti i tipi di carne, formaggi, frutta, grano saraceno, latte e derivati, legumi e verdure, miglio, mais, olio di oliva, di arachide, di girasole e di mais; pesce, polenta, patate, riso, sesamo, soia, tapioca e uova.

Nella scelta degli alimenti è necessario porre attenzione a quanto riportato sulle etichette dei prodotti: infatti molto spesso, alcuni alimenti permessi nella dieta del celiaco per motivi industriali sono prodotti e confezionati con il glutine, E’ bene porre attenzione anche ai surgelati: nell’acquisto di prodotti consentiti come il pesce, controllare sempre la presenza di eventuali panature ricordando che l’infarinatura è consentita solo con le farine sopracitate.

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LA MALATTIA CELIACA.

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CONOSCERE LA MENINGITE.


Lourmarin- à 6 km de Vaugines

Lourmarin - à 6 km de Vaugines.

COS’E’ LA MENINGITE

La meningite è un’infiammazione, di origine batterica o virale, delle meningi cioè delle membrane che avvologono il cervello e il midollo spinale, che si manifesta soprattutto nei mesi freddi. Si tratta di malattia grave ma curabile nella maggioranza dei casi. La diagnosi tempestiva, seguita da un’appriopriata terapia antibiotica influenza notevolmente il decorso della malattia (dopo 3 ore dall’esordio della sepsi si innescano meccanismi patogenetici irreversibili).

La forma virale è quella più comune, solitamente non ha conseguenze gravi e si risolve nell’arco di una deicna di giorni; la forma batterica è più rara ma estremamente seria e può avere conseguenze letali.

Gli agenti batterici cha la causano sono diversi e il più temuto è

  • Neisseriae meningitidis detto meningococco, di cui esistono diversi ceppi (A, B, C, Y e W135)

Altri microrganismi causa di meningite sono

  • lo streptococcus pneumoniae (pneumococco)
  • e l’haemophilus influenzae tipo b (emofilo).

COME SI TRASMETTE

La malattia si trasmette per via respiratoria attraverso le goccioline di saliva e le secrezioni nasali che possono essere diperse con la tosse, con gli starnuti o mentre si parla.

Perchè il contaggio avvenga è necessario essere a contatto stretto e prolungato con la persona infetta o in ambienti affollati, infatti la propagazione dell’agente patogeno generalmente non supera il raggio di 2 metri della fonte.

Il meningococco è un germe molto sensibile alle variazioni di tempertaura e all’essicamento; vive pochi minuti nell’ambiente esterno, per cui la malattia non si diffonde così facilmnete come avviene per atre malattia infettive come l’influenza o il comune raffreddore. Per questo motivo, non è necessaria la disinfezione ambientale e la chiusura dei locali comunitari (scuola, asili…) dove si sia manifestato un caso di malattia invasiva.

E’ un batterio abitualmente presente in una significativa proporzione di soggetti che ne sono portatori, in oltre il 10% degli individui è infatti presente, nelle vie respiratorie (rinofaringe), senza dare alcun problema. La maggioranza delle persone, quindi, non sviluppa la malattia e solo in casi rari il menigococcco supera le difese dell’organismo provocando la meningite.

SINTOMI E MANIFESTAZIONI

Al suo esordio la meningite batterica può presentare dei sintomi simili a quelli di altre malattie come l’influenza: sonnolenza, cefalea, inappetenza. In genere, però, dopo 2 – 3 giorni la sintomatologia peggiora e compaiono: nausea e vomito, febbre alta, pallore, intolleranza alla luce; tipiche la rigidità della nuca e quella all’estensione della gamba.

Nei neonati alcuni di questi sintomi non sono molto evidenti; mentre possono esserci: pianto continuo, irritabilità e sonnelenza al di sopra della norma, scarso appetito, pallore e comparsa di macchie cutanee di colore rosso, che non scompaiono alla pressione.

Nei bambini, è bene prestare attenzione a: forti mal di testa, rigidità del collo e incapacità di toccare il petto col mento, intolleranza alla luce (fotofobia), sonnolenza, dolori alle articolazioni o muscoli, spasmi e stato di confusione. La malattia può avere complicazioni anche gravi, con danni neurologici permanenti, come la perdita dell’udito, della vista, della capacità di comunicare o di apprendere, problemi comportamentali e danni cerebrali che possono condurre alla paralisi. Tra le complicazioni di natura non neurologica sono possibili i danni renali e alle ghiandole surrenali, con conseguenti squilibri ormonali.

Oltre, alla visita ed alcuni esami del sangue, per effettuare la diagnosi della malattia è necessario eseguire l’analisi citochimica e colturale del liquido cerebrospinale: il liquido che circola nelle meningi; l’esame si esegue prelevando alcune gocce di liquido cerbrospinale TRAMITE LA PUNTURA LOMBARE.

LA TERAPIA

E’ importante che il trattamento della malattia sia tempestivo. La meningite batterica viene trattata con antibiotici che vanno somministrati per via endovenosa e in ambiente ospedaliero; la cura è più efficace se il ceppo, agente dell’infezione viene caratterizzato ed identificato. Nel caso di meningiti virale non è prevista la somministrazione di antibiotici, infattti la malattia è meno grave e i sintomi si risolvono di solito nel corso di una settimana, senza necessità di alcuna terapia specifica.

COME SI PREVIENE

La prevenzione della meningite si attua con 2 azioni:

  • la vaccinazione
  • la pronta identificazione dei casi e la profilassi antibiotica dei contatti stretti dei casi (stesso locale, stessa casa, stessa classe scolastica).

Oggi esistono 3 vaccini antimeningiti:

  • vaccino contro l’emofilo
  • vaccino coniugato eptavalente contro il pneumococco . Il vaccino è fortemente raccomandato nei bambini di età inferiore a 5 anni affetti da: malattie broncopolmonari croniche, cardiopatie importanti, disturbi delle difese immunitarie, neoplasie, anemie congenite, malattie che richiedono terapie a lungo termine con acido acetilsalicilico o con farmaci che abbassano le difese immunitarie, assenza della milza, diabete e malattie renali croniche.

La raccomandazione è estesa anche a tutti i bambini di età inferiore a 2 anni, soprattutto se frequentano l’asilo nido. E’ possibile vaccinare i bb. a partire del secondo mese di vita.

  • vaccino contro il meningococco di tipo C: è possibile vaccinare bambini dopo il secondo mese id vita, tale vaccino è infatti in grado di indurre una buona risposta anticorpale a partire dal terzo mese di vita.

La disinfestazione ambientale non è richiesta perchè il meningococco C non permane nell’ambiente; analogamente, non vi sono motivi tecnici per sostenere la chiusura di scuole , asili o altri ambienti comunitari ove abbia soggiornato una persona malata.

La profilassi antibiotica è efficace, ma va limitata ai contatti stretti del caso, oltre ai conviventi, includono: chi ha dormito e mangiato spesso nella stessa casa del paziente nonchè le persone che nei sette giorni precedenti l’esordio hanno avuto contatti con le sue secrtezioni orali, ad es. attraverso baci, stoviglie, spazzolini da denti.

Il trattamento è raccomandato anche per i sanitari che sono stati direttamente esposti alle secrezioni respiratorie durante l’intubazione endotracheale o la respirazione bocca a bocca.

Al contrario, la chemioprofilassi, non è raccomandata per i contatti a basso rischio: cioè chi non ha avuto diretto contatto con le secrezioni orali o ha avuto un contatto esclusisvamente con un contatto ad altro rischio, ma non con il caso indice (contatto diretto).

Inoltre, la sorveglianza dei contatti è importante per identificare chi dovesse presentare febbre, in modo da diagnosticare e trattatre rapidamente eventulai ulteriori casi. Questa sorveglianza è prevista per 10 giorni dall’esordio dei sintomi del paziente.

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POCO SALE TI RENDE LA VITA DOLCE.


CASSIS - FRANCE.

SI VIVE MEGLIO CON POCO SALE

Anche sostanze innocue come il sale da cucina, se assunto in quantità eccessive, possono essere causa di malattie a carico dell’apparato cardio-vascolare.

Troppo spesso nella nostra cucina per dare sapore alle ricette abbondiamo nell’uso di sale e condimenti, che a lungo andare possono provocare uno stato di ipertensione arteriosa. Non a caso nei paesi dove si consuma più sodio la prevalenbza dell’ipertensione arteriosa è più alta.

Mangiamo molto più sale del necessario e quindi introduciamo più sodio rispetto alla dose giornaliera raccomandata. Questo elemento è indispensabile per il nostro organismo ma, a differenza della maggior parte dei nutrienti, difficilmente la sua assunzione è così scarsa da determinare problemi di carenza. I problemi, semmai, possono insorgere in caso di un consumo eccessivo.

Quando parliamo di sale non dobbiamo pensare solo a quello che usiamo per insaporire l’acqua della pasta o condire alcuni alimenti, come le patatine fritte o le insalate; molto più subdolo è il sale contenuto nei cibi in scatola (carne, tonno, etc), nei dadi della cucina, negli insaccati, nei piatti pronti surgelati o in busta (pasta, minestre conservate), nelle conserve, nelle salse tipo maionese o ketchup, nei sottoaceti. E’ importante controllare, bene le etichette dei prodotti confezionati, che danno informazioni sul contenuto nutrizionale e possono facilitare scelte idonei.

Sull’etichetta gli ingredienti presenti in maggiore quantità sono menzionati per primi; quelli presenti in minor quantità per ultimi; la quantità di sodio contenuta è sempre indicata.

E’ importante, ricordare i nomi di alcuni ingredienti che indicano la presenza di sale come: cloruro di sodio, bicarbonato di sodio, fosfato monosodico, glutammato monosodico, nitrato e nitrito di sodio ….

A tavola è consigliabile aggiungere il sale solo all”acqua di cottura della pasta ed eventualmente insaporire le pietanze con spezie ed aromi, che possono renderle altrettanto gustose; consigliate le carni bianche (pollo, tacchino, coniglio), il pesce d’acqua dolce (trota, luccio, carpa) oppure pesce di mare tipo sogliola, merluzzo, orata, dentice. Inoltre, è meglio preferire i formaggi frecshi a quelli stagionati (gorgonzola, taleggio, parmigiano, mascarpone). Da evitare i condimenti animali (burro, lardo, strutto) e preferire l’olio extravergine di oliva. Frutta e verdura fresca ( sono in assoluto i cibi a più basso contenuto di sodio).

Infine, per quanto riguarda le acque minerali che vantano proprietà terapeutiche antiipertensive, va ricordato che obiettivamente la quantità di sodio normalmente contenuta nelle altre acque minerali è talmente bassa da non incidere più di tanto nel determininismo dell’ipertensione.. Stiamo attenti piuttosto, al sodio proveniente da fonti ben più importanti, che consumiamo con troppa disinvoltura.

PRESSIONE OK SENZA SALE

  • abituare il palato ad apprezzare il sapore originale dei cibi,
  • aggiungere il sale solo all’acqua di cottura della pasta,
  • non aggiungere mai il sale alle pietanze già condite,
  • condire le pietenze con spezie ed aromi,
  • ridurre il consumo di cibi in scatola, spuntini salati, dadi per brodo, condimenti animali, pasti pronti surgelati o in busta,
  • evitare di mangiare frequentemente carne conservate, formaggi stagionati, salumi, frutti di mare, pasta ripiena (tortellini, ravioli, cannellloni),
  • preferire le carni bianche (coniglio, pollo, tacchino),
  • consumare molta frutta e verdura, alimenti in assoluto a più basso contenuto di sodio,
  • preferire il pane senza sale (tipo toscano),
  • leggere sempre le etichette nutrizionali dei prodotti alimentari, che riportano gli ingredienti, tra cui il sale.

www.ministerosalute.it

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LE DOMANDE PIU’ FREQUENTI SULLA IPERTENSIONE ARTERIOSA


GARD-FRANCE

GARD - FRANCE

COS’E’ LA PRESSIONE ARTERIOSA (PA)

La PA è la pressione del sangue esercitata dal cuore sulla parete delle arterie durante le fasi di attività cardiaca, rappresentate dalla contrazione del ventricolo sinistro (sistole) e del suo rilassamento (diastole). In fase sistolica si rileva il valore massimo di pressione (pressione arteriosa sistolica o massima), mentre in diastole il valore minimo (pressione arteriosa diastolica o minima).

COSA SI INTENDE PER IPERTENSIONE ARTERIOSA

Per ipertensione arteriosa, si intende una pressione sanguigna più alta del normale; il cuore deve faticare di più per spingere il sangue in circolo e, a lungo andare, questo sforzo porta al danneggiamento dei vasi arteriosi, a cominciare dalle arterie più piccole, soprattutto dei reni e degli occhi.

Partendo dal presupposto che la pressione arteriosa aumenta in circostanze come:

  • La PA (prevalentemente la sistolica) aumenta con l’età, quale conseguenza principalmente della maggiore rigidità dei vasi arteriosi
  • la PA (sia sistolica che diastolica) subisce delle variazione durante la giornata: è più alta al mattino, appena svegliati, si riduce un pò durante la giornata e tende ad aumentare nuovamente verso sera. Durante il sonno invece, la PA si riduce a valori inferiori rispetto a quelli del giorno.
  • la pressione arteriosa aumenta durante uno sforzo fisico o un’emozione. I fattori emotivi condizionano notevolmente i risultati di una rilevazione: è stato osservato infatti, che la PA misurata dal medico è spesso più alta di quella rilevata da un’infermiera, mentre i valori misurati dal paziente stesso o da un familiare sono in molti casi ancora più bassi.

è importante comunque definire un limite tra “normale” e “patologico”. L’OMS, al fine di uniformare i protocolli diagnostici e terapeutici ha stabilito, nel 1999 una classificazione dei livelli di pressione arteriosa:

  • pressione arteriosa ottimale : sistolica <120 e diastolica < 80 mmhg
  • normale: 120-129 e 80-84
  • nomale-alta: 130-139 e 85-89
  • ipertensione grado 1 (lieve): 140-159 e 90-99
  • ipertensione grado 2 (moderata): 160-179 e 100-109
  • ipertensione grado 3 (grave): ≥ 180 e ≥ 110
  • ipertensione sistolica isolata: ≥ 140 e ≥ 90

QUALI SONO LE CAUSE DELL’IPERTENSIONE ARTERIOSA

Solo nel 5% dei casi la causa è conosciuta (insufficienza renale cronica, feocromocitoma, stenosi dell’arteria renale, farmaci, sindrome di Conn, etc); si parla quindi di ipertensione secondaria, legata cioè a patologie note.

Mentre nel 95% non è attribuibile ad alcuna causa identificabile e pertanto viene detta ipertensione  arteriosa primitiva, idiopatica o essenziale. Conosciamo però, alcuni fattori predisponenti, in grado di modificare la PA: fattori di tipo genetico, ambientale, legati all’esercizio fisico, alla dieta e allo stress.

QUALI SONO I DISTURBI PIU’ FREQUENTI

Non esistono disturbi specifici e molti ipertesi si sentono bene per lungo tempo.
I sintomi più frequentemente accusati sono: palpitazioni, vertigini, cefalea, nervosismo, stanchezza, ronzii, epistassi (sangue del naso), disturbi che possono essere tuttavia riscontrati anche in assenza di pressione elevata.

TUTTE LE PERSONE IPERTESE, ANCHE SE NON HANNO SINTOMI, DEVONO ESSERE TRATTATE FARMACOLOGICAMENTE?

In linea di massima l’ipertensione arteriosa lieve viene trattata inizialmente senza farmaci. Il primo passo consiste, nel mettere in atto un corretto stile di vita:

  • ridurre il consumo di sale, caffè o sostanze eccitanti (farmaci, stupefacenti),
  • mantenere un adeguato apporto di potassio, calcio e magnesio con la dieta,
  • ridurre il peso corporeo,
  • moderare il consumo di vino (un bicchiere di vino al giorno, in genere non fa male alla salute, invece l’abuso di alcool è associato ad un’incremento della PA),
  • il fumo di tabacco ( provoca una vasocostrizione delle arterie con conseguente rialzo dei valori di pressione e a lungo andare aumenta il rischio di patologia coronarica),
  • fare attività fisica (passeggiate, nuoto, bicicletta),
  • ridurre lo stress,
  • assunzione di farmaci che possono provocare un aumento della PA (FANS, corticosteroidi, ciclosporina, anabolizzanti, antidepressivi, eritropoietina, cocaina).

Se con questi accorgimenti non si ottiene nessun risultato è necessario una terapia di tipo farmacologico, valutata dal medico in base alle caratteristiche del paziente e al rischio cardiovascolare legato, anche alla presenza di patologie cocncomitanti; in linea di massima si parte da una monoterapia per passare ad un trattamento combinato con più farmaci.

PER QUANTO TEMPO DEVO ASSUMERE I FARMACI

Quando è stata posta indicazione ad un trattamento con i farmaci la terapia andrà proseguita senza interruzioni. Non sospendete mai i farmaci senza avere consultato il vostro medico poichè ciò può in alcuni soggetti causare un innalzamento improvviso e talora pericoloso della PA. In altri pazienti la sospensione della terapia sarà seguita da una lenta risalita dei valori pressori, che presto o tardi ritornerranno ai livelli precedenti il trattamento.

Un altro comportamento scoretto è l’automedicazione della terapia: purtroppo si calcola che dal 60 all’80% dei soggetti ipertesi non seguono la cura prescritta correttamente.

L’uso dei farmaci per sempre non è dannoso alla salute: anzi con la terapia si riducono le complicanze e la mortalità (infarto miocardico, ictus cerebri).

CONSIDERAZIONI RIGUARDO LA TERAPIA FARMACOLOGICA

Per la maggior parte dei pazienti dovrebbe essere impiegato inizialmente un basso dosaggio del farmaco scelto, per poi lentamente aggiustare verso l’alto la dose conformemente all’età, alle necessità e alla risposta del paziente. La formulaziione ottimale dovrebbe fornire una efficacia della durata di 24 ore con una unica somministrazione gioranliera, con almeno un 50% dell’effetto massimo presente ancora al termine delle 24 ore.

Les Gorges du Verdon - France.

CHE DANNI PUO’ PROVAOCARE AL NOSTRO ORGANISMO

L’aumento della PA provoca un danno ai vasi arteriosi con ispessimento e depositi di grassi all’interno delle pareti, in questo modo favorisce lo sviluppo dell’aterosclerosi. La conseguenza di ciò sarà un danno a vari tessuti nel nostro organismo.

  • ictus cerebrale,
  • infarto miocardico: (per occlusione di una coronaria),
  • insufficienza renale: per occlusione dei vasi del rene. Quest’ultimo diventa più piccolo, irregolare e non riesce più a depurare il sangue,
  • disturbi visivi: i piccoli vasi che nutriscono la retina occludendosi o rompendosi danneggiano la vista.
  • l’aumento della PA causerà un superlavoro per il cuore che troverà una maggiore resistenza a spingere il sangue nei vasi. Ciò comporterà la comparsa di una cardiopatia ipertensiva con pareti più sepesse del normale. Se la pressione non viene curata, dopo anni di superlavoro potrà comparire uno scompenso cardiaco.

ESAMI DI CONTROLLO

Dopo aver formulato la diagnosi di ipertensione arteriosa e istituito la terapia, quali esami effettuare alla prima diagnosi e nel follow-up di un paziente.

Prima di iniziare una terapia sono raccomandati alcuni esami, con l’obiettivo di individuare danni d’organo, eventuali cause di ipertensione secondaria ed ottenere indicazioni per le terapia.

  • emocromo (per individuare possibile iperglobulia)
  • glicemia (per diagnosticare un diabete mellito, anche in vista delle scelte terapeutiche)
  • elettroliti: potassio, sodio (per individuare iperaldosteronismo o insufficienza renale)
  • creatinina (patologie renali)
  • acido urico (in vista di scelta terapeutica)
  • colesterolo totale, HDL
  • esame urine (per individuare patologia renale, epatica, metabolica)
  • ECG

Altri esami raccomandati come utili in casi selezioanti sulla base di sospetti clinici sono:

  • microalbuminuria
  • ecocardiografia
  • renina plasmatica e sodio urinario
  • TSH

La selezione dei casi dovrebbe avvenire sulla base di un indizio clinico o di un chiaro sospetto diagnostico.

QUANTE VOLTE AL GIORNO SI DEVE MISURARE LA PRESSIONE

All’inizio del trattamento sarà necessario misurare la pressione più volte al giorno, annotando su un diario: data ed ora della misurazione, i farmaci assunti, le situazioni particolari, i sintomi etc; in seguito sarà sufficiente 2 volte al giorno, la mattina subito alzati e la sera prima di andare a dormire.

Se in seguito alla cura i valori pressori risulterrano nella norma, sarà sufficiente misurare la pressione una volta a settimana.

CHE COS’E’ L’IPERTENSIONE DA “CAMICE BIANCO”

In alcuni pazienti la PA è persistentemente elevata in ambulatorio mentre non lo è in altre situazioni ambientali. Questa situazione è generalmente chiamata “ipertensione da camice bianco” (White coat hypertension), benchè sia preferibile il termine di “ipertensione da ambulatorio” poichè essa probabilmente dipende da vari fattori legati all’ambiente dell’ambulatorio e non solo alla misurazione diretta effettuata dal medico.

Cliccare sotto: Poco sale ti rende la vita dolce.

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TUMORI COLON-RETTO.


Casa-Trieste

Casa-Trieste

 

COS’E’ IL TUMORE O CARCINOMA AL COLON-RETTO (CCR)

L’intestino è l’organo deputato all’assorbimento delle sostanze nutritive che provengono dall’alimentazione. E’ un tubo della lunghezza di circa 7 metri (ma può variare dai 4 ai 10 metri o anche più) suddiviso in intestino tenue, o piccolo intestino (a sua volta diviso in duodeno, digiuno e ileo), e intestino crasso, o grossso intestino. Quest’ultima parte è formata dal colon destro o ascendente (con l’appendice), dal colon trasverso, dal colon sinistro o discendente, dal sigma e dal retto.

TIPOLOGIE

La maggiore parte dei tumori del colon-retto deriva dalla trasformazione in senso maligno di polipi, ovvero di piccole escrescenze, di per sè benigne, dovute al proliferare delle cellule della mucosa intestinale. Il polipo può essere definito, in base alle sue caratteristiche, sessile (cioè con la base piatta) o peduncolato (ovvero attaccato alla parete intestinale mediante un piccolo gambo)

Non tutti i polipi, però sono a rischio di malignità. Ve ne sono infatti 3 diversi tipi: i cosidetti polipi iperplastici (cioè cartterizzati da una mucosa a rapida proliferazione), amartomatosi (detti anche polipi giovanili e polipi di Peutz-Jeghers) e adenomatosi. Solo questi ultimi costituiscono lesioni precoacerose e di essi solo una piccola percentuale si trasforma in neoplasie maligne.

Il tumore del colon-retto è dovuto alla proliferazione incontrollata delle cellule della mucosa che riveste questo organo. C’è anche chi distingue tra tumore del colon vero e proprio e tumore del retto, ovvero dell’ultimo tratto dell’intestino, in quanto possono manifestarsi con modalità e frequenze diverse.

QUANTO E’ DIFFUSO

Nei paesi occidentali il cancro del colon-retto rappresenta il terzo tumore maligno per incidenza e mortalità, dopo quello della mammella nella donna e quello del polmone nell’uomo.

La malattia, abbastanza rara prima dei 40 anni, è sempre più frequente a partire dai 60 anni, raggiunge il picco massimo verso gli 80 anni e colpisce in uguale misura uomini e donne: l’incidenza della malattia aumenta con l’aumentare dell’età.

Negli ultimi anni si è assistito a un aumento del numero di tumori, ma anche a una diminuizione della mortalità, attribuibile soprattutto a un’informazione più adeguata, alla diagnosi precoce, e ai miglioramento nel campo della terapia.

CHI E’ A RISCHIO

Molte sono le cause che concorrono a determinare la malattia: tra esse ne sono state individuate alcune legate alla dieta e all’alimentazione, altre genetiche e altre di tipo non ereditario.

Fattori nutrizionali: molti studi dimostrano che una dieta ad alto contenuto di calorie, ricca di grassi animali e povera di fibre è associata a un aumento dei tumori intestinali; viceversa, diete ricche di fibre (cioè caratterizzate da un alto consumo di frutta e vegetali) sembrano avere un ruolo protettivo.

Fattori genetici: è possibile ereditare il rischio di ammalarsi di tumore del colon-retto se nella famiglia d’origine si sono manifestate alcune malattie che predispongono alla formazione di tumori intestinali. Tra queste sono da segnalare le poliposi adenomatose ereditarie (tra cui l’adenomatosi poliposa familaire o FAP, la sindrome di Gardner e quella di Tricot) e quella che viene chiamata carcinosi erediatria del colon-retto su base non poliposica (detta anche HNPCC O SINDROME DI Lynch). Si tratta di malattie trasmesse da genitori portatori di specifiche alterazioni genetiche, e che posssono anche non dar luogo ad alcun sintomo. La probabilità di trasmettere alla prole il gene alterato è del 50%, indipendentemente dal sesso.

Fattori non ereditarie: sono importanti l’età (l’incidenza è 10 volte superiore tra le persone di età compresa tra i 60 e 64 anni rispetto a coloro che hanno 40 – 44 anni), le malattie infiammatorie croniche intestinali (tra le quali la rettocloite ulcerosa e il morbo di Crohn), una storia clinica passata di polipi del colon o di un pregresso tumore del colon-retto. Polipi e carcinoma che non rientrano tra le sindromi ereditarie illustrate sopra vengono definiti sporadici, sebbene anche in questo caso sembra vi sia una certa predisposizione familiare. si stima che il rischio di sviluppare un tumore del colon aumenti di 2 o 3 volte nei parenti di primo grado di una persona affetta da cancro o da polipi del grosso intestino.

TIPOLOGIE

La maggiore parte dei tumori del colon-retto deriva dalla trasformazione in senso maligno di polipi, ovvero di piccole escrescenze, di per sè benigne, dovute al proliferare delle cellule della mucosa intestinale. Il polipo può essere definito, in base alle sue caratteristiche, sessile (cioè con la base piatta) o peduncolato (ovvero attaccato alla parete intestinale mediante un piccolo gambo).

Non tutti i polipi, però, sono a rischio di malignità. Ve ne sono infatti tre diversi tipi i cosidetti polipi iperplastici (cioè caratterizzati da una mucosa a rapida proliferazione), amartomatosi (detti anche polipi giovanili e polipi di Peutz-jeghers) e adenomatosi. Solo questi ultimi costituiscono lesioni precancerose e di essi solo una piccola percentuale si trasforma in neoplasia maligna.

La probabilità che un polipo del colon si evolva verso una forma invasiva di cancro dipende dalla dimensione del polipo stesso: è minima (inferiore al 2%) per dimensione inferiore a 1,5 cm, intermedia (2 – 10%) per dimensione di 1,5 e 2,5 cm e significativa (10%) per dimensioni maggiori di 2,5 cm. Una volta trasformatasi in tessuto canceroso, la mucosa intestinale può presentarsi con caratteristiche diverse a seconda dell’aspetto visibile al microscopio, e di conseguenza prendere un nome diverso: adenocarcinoma, adenocarcinoma mucinoso, adenocarcinoma a cellule ad anello con castone, carcinoma. Inoltre tutti i cancri possono avere un aspetto apolipio, a nodulo oppure manifesatrsi con ulcere della mucosa.

SINTOMI

Nelle maggior parte dei casi i polipi non danno sintomi, solo nel 5% dei casi possono dar luogo a piccole perdite di sangue rilevabili con un esame delle feci per la ricerca del cosidetto sangue occulto.

Il tumore del colon-retto si manifesta, nella metà dei casi, nel sigma (ovvero nell’ultima parte del colon vero e proprio) e nel retto; in un quarto dei malati è il colon ascendente ad esere colpito, mentre la localizzazione della malttia nel colon trasverso e in quello discendente si verifica in un caso su cinque.

Al momento della diagnosi, circa un terzo dei pazienti presenta già metastasi a livello del fegato e, comunque una parte delle persone colpite andrà incontro a una diffusione della malattia a livello del fegato, perchè i 2 organi sono strettamente collegati dal punto di vista della circolazione sanguigna. I sintomi sono molto variabili e condizionati da diversi fattori quali la sede del tumore, la sua estensione e la sua presenza o assenza di ostruzioni o emorragie: ciò fa si che le manifesazioni del cancro siano sovente sovrapponibili a quelle di molte altre malattie addominali. Per questi sintomi precoci, vaghi e saltuari quali la stanchezza e la mancanza di appetito, e altri più gravi come l’anemia e la perdita di peso, sono spesso trascurati dal paziente. Talora una stitichezza ostinata, alternata a diarrea, può costituire un primo campanello d’allarme.

Comunque, la neopalsia può presentarsi a livello clinico con una serie di sintomi e segni che oltre allo stadio della malattia, dipendono anche dalla sua localizzazione nei vari tratti in cui il colon ed il retto vengono suddivisi.

COLON DESTRO: le lesioni che si sviluppano a questo livello sono in genere vegetanti, spesso di notevoli dimensioni, talvolta ulcerate e facilmente sanguinanti. Sul piano clinico possono determinare:

  • anemia secondaria allo stillicidio cronico e costante di sangue della neoplasia ulcerata.
  • dolore di tipo gravativo, non molto intenso, subclinico, localizzato ai quadranti addominali di destra e talvolta all’epigastrio. Può essere associata una vaga sintomatologia dispeptica
  • astenia, per lo più correlata all’anemizzazione
  • massa palpabile all’emiaddome destro di solito nelle fasi avanzate di malattia
  • anoressia e dimagrimento.

COLON SINISTRO: I tumori che interessano il colon sinistro hanno uno sviluppo prevalentemente di tipo anulare ed infiltrante e ciò, può determinare frequentemente un ostacolo alla canalizzazione.

I sintomi e segni clinici predominati sono:

  • modificazione dell’alvo caratterizzate da stipsi o diarrea, ma in genere dell’alternanza tra l’una e l’altra
  • presenza di sangue nelle feci, talora in modesta quantità ed, a volte, in misura copiosa associato, non di rado ad emissione di muco.
  • dolore addominale, spesso intermittente, e di intensità variabile localizzato in genere al quadrante sinistro o diffuso a tutto l’addome.

Retto: le neoplasie che si sviluppano a queesto livello sono prevalentemente vegetanti ed ulcerate e facilmente sanguinante. A seconda della localizzazione del tumore a livello sopra-ampollare, sotto-ampollare, si distinguono quadri clinici diversi:

  • le neoplasie sovra-ampollari si presentano con una sintomatologia analoga a quella descritta per il colon sinistro
  • i tumori ampollari danno luogo a tenesmo, senso di corpo estraneo o ad un senso di peso, talora associati ad un dolore di tipo gravativo e a rettorragia sia durante che dopo la defecazione o indipendentemente da essa con mucorrea.
  • Le neoplasie sotto-ampollari si presentano con tenesmo imponente, dolore perineale e perianale che si accentua durante la defecazione ed evacuazione di feci nastriformi, frammiste a sangue e muco.

Costa Azzura - Francia.

DIAGNOSI

La diagnosi si avvale dell’esame clinico, che consiste nella palpazione dell’addome alla ricerca di eventuali masse a livello dell’intestino, del fegato e dei linfonodi, e nell’esplorazione rettale (circa il 70% dei tumori del retto si sente con le dita).

In aggiunta alla clinica esistono poi diverse indagini strumentali che permettono di diagnosticare il tumore e, in seguito, di eseguirne la stadiazione, ovvero di valutarne la gravità. L’esame più specifico e la colonscopia che, grazie alla possibilità di eseguire una biopsia, consente di fare subito l’analisi istologica. in alternativa, quando la lesione ha raggiunto una grandezza superiore a un cm, si possono utilizzare altre metodiche, quali il clisma opaca a doppio contrasto e l’ecografia transrettale, che è utile anche per definire, in fase preoperatoria il grado di infiltrazione del tumore nella parete dell’intestino; l’ecografia fornisce anche indicazioni sullo stato dei linfonodi più vicini.

Inoltre ci si può avvalere anche della TAC addome con mezzo di contrasto: essa permette di valutare i rapporti con gli organi circostanti, lo stato dei linfonodi e le eventuali metastasi presenti nell’addome. Per identificare l’esistenza di metastasi a distanza si può fare una radiogarfia del torace (o una TAC torace, se indicata), un’ecografia epatica, una scintigrafia ossea e la biopsia di eventuale lesioni. Talvolta vengono utilizzati a questo scopo anche la RMN o la PET (tomografia na emissione di positroni).

EVOLUZIONE

E’ possibile determinare con un prelievo di snague i valori di CEA (antigene carcino-embrionario): questo marcatore, di scarsa utilità nella diagnosi precoce e nello screening, riveste invece un ruolo importante per valutare la gravità della malattia, in quanto la concentrazione è direttamente collegata all’estensione del cancro. Il CEA è anche utile nel monitopraggio della risposta al trattamento farmacologico (scende infatti se la chemioterapia è efficace) o per la verifica della ripresa della malattia (risale in caso di ricadute). oltre al CEA viene utilizzato anche un altro marcatore, il CA 19.9 detto anche GIKA.

Contrariamente agli altri tipi di cancro, per i quali esiste una classificazione pressochè univoca, per il tumore del colon-retto esistono diverse forme di classificazione, sulla quali non sempre i diversi medici concordano. La più usata resta comunque quella che si riferisce al sistema TNM (dove T sta per dimensione del tumore, N per il numero di linfonoidi coinvolti e M per le metatstai).

COME SI CURA

La terapia di scelta è la chirurgia: sulla base della posizione del tumore si procederà con un intervento parziale o, nei casi più gravi, la totale asportazione del tratto di colon interessato o del retto.

Rispetto agli interventi demolitivi, effettuati fino a non molti anni fa, la chirurgia del carcinoma del retto si è fatta sempre più conservativa. Solo nei pazienti molto anziani o ad alto rischio si procede alla creazione della cosidetta stomia (ovvero all’apertura dell’intestino sulla parete addominale con la creazione del cosidetto ano artificiale, ovvero un’apertura che consenta di raccogliere le feci con appositi presidi).

In questo caso assume un ruolo fondamentale la riabilitazione sia fisica sia psicologica dei pazienti portatori di stomia. La radioterapia preoperatoria può, in casi selezionati, ridurre il volume e l’estensione tumorale, permettendo quindi interventi chirurgici che conservano l’orifizio anale neutrale.

Un altro intervento, attuato in casi selezionati. è la resezione di eventuali metastatsi del fegato. Quando si procede all’asportazione del retto è possibile, in alcuni casi, creare una tasca con un altro tratto di intestino, in modo da consentite al paziente di eliminare le feci per via naturale: ciò è fattibile solo se il cancro non ha coinvolto lo sfintere anale.

La chemioterapia svolge un ruolo fondamentale nella malattia avanzata non operabile, ma non solo. Recentemente sono stati intrapresi diversi studi per valutare l’efficacia di un trattamento chemioterapico cosidetto adiuvante, cioè effettuato dopo l’intervento chirurgico per diminuire il rischio di ricaduta (come avviene già per il tumore della mammella): i primi dati a disposizione sono positivi. Sono positivi anche gli studi sulla terapia neoadiuvante, cioè effettuata prima dell’intervento per ridurre la dimensione del tumore e facilitare il compito chirurgico.

Infine, nel tumore del retto, la radioterapia sia pre sia post operatoria, a seconda delle indicazioni, svolge un ruolo fondamentale: è stato dimostrato che essa è in grado di diminuire le ricadute locali e di allungare la sopravvivenza.

FONTE
www.airc.it

MONTMARTRE - PARIS.

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LO SCREENING PER IL CARCINOMA COLON-RETTO: CCR.

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IL FUMO DI TABACCO: VIZIO O DIPENDENZA?


 

 

Saint-Saturnin-lès-Apt

Saint-Saturnin-lès-Apt

 


“PREVENIRE E’ SEMPRE MEGLIO CHE CURARE”

IL FUMO E’ UN VIZIO?

Si è sempre pensato che il fumo di sigaretta fosse un vizio. Ciò che affermano molti fumatori sul fumo? E’ un vizio che in qualsiasi momento posso abbandonare. Niente di più falso. Il fumo di sigaretta non è un vizio, non è un’abitudine, ma una vera e propria tossicodipendenza. Il tabagismo é una malattia (lo afferma anche L’OMS: include la dipendenza da tabacco nella lista dei disturbi legati all’uso di sostanze farmacologiche e come tale deve essere trattata).

COSA CONTIENE UNA SIGARETTA

Il fumo di tabacco è un aerosol micidiale di sostanze nocive.

Sul pacchetto delle sigarette sembra da quello che si può leggere che le sigarette contengono nicotina condensato e niente altro… Il fumo di tabacco contiene oltre 4000 sostanze:

  • idrocarburi aromatici policiclici
  • nitrosamine
  • benzopirene
  • benzoantracene

queste sono tutte sostanze sicuramente cancerogeno, cioè possono provocare tumore; poi vi sono sostanze irritanti quali:

  • acido cianidrico
  • acetaldeide
  • formaldeide
  • ammoniaca

Queste sostanze alterano la mucosa bronchiale dando una maggiore produzione di catarro ed in genere infiammazione della mucosa bronchiale. Ancora, il monossido di carbonio che si lega all’emoglobina (formando la carbossiemoglobina) sostanza che normalmente trasporta l’ossigeno e fa si che venga trasportato meno ossigeno in tutto l’organismo. Ed infine la nicotina, sostanza che fra tutte quelle che sono state elencate è forse la meno dannosa ma sicuramente è quella che dà dipendenza.

LA DIPENDENZA DA NICOTINA

E’ la sostanza che fa si che il fumatore cerchi sempre un’altra sigaretta e non riesca a farne a meno. La nicotina è una sostanza che, attraverso il fumo di tabacco, in pochi secondi arriva al cervello.

Pensate che la medicina ufficiale solo nel 1988 ha affermato che la nicotina dava dipendenza come altre droghe quali l’eroina e la cocaina, mentre le industrie del tabacco conosceva le qualità farmacologiche della nicotina dal 1963, ma in pubblico continuavano ad affermare che la nicotina non dava dipendenza ma era un componenete molto importante per il gusto.

“La nicotina dà dipendenza. Quindi, noi abbiamo a che fare con il business di un agente farmacologico psicotropo, efficace anche nel calmare lo stress. La nicotina, stimola la produzione di dopamina a livello della corteccia frontale. In questo modo provoca una sensazione di benessere e di piacere. Tutto ciò spinge il fumatore a ripetere l’esperienza (rinforzo dello stimolo), e cioè ad accenedere la sigaretta.

Ecco perchè per molti fumatori è difficile smettere di fumare.

L’ASTINENZA DA NICOTINA

In Italia circa un 40% dei fumatori attivi vorrebbe smettere di fumare ma non ci riesce, proprio a causa della forte dipendenza prodotta dall’utilizzo del fumo di tabacco. Solo il 5-6% di coloro che hanno smesso di fumare senza alcun aiuto riesce ad essere astinente ad un anno.

La carenza della nicotina porta infatti, come abbiamo visto, ad una vera e propria sindrome da astinenza caratterizzata dal seguente corredo sintomatologico:

  • insonnia, desiderio di accendere una sigaretta
  • frustrazione, rabbia, irritabilità, irrequietezza, impazienza, depressione
  • deficit di concentrazione, difficoltà a svolgere le attività quotidiane
  • aumento dell’appetito, incremento ponderale.

SMETTERE DI FUMARE

Esistono vari metodi per “far smettere di fumare”: alcuni metodi hanno delle basi scientifiche, altri non ne hanno.

Fra quelli che hanno delle basi scientifiche vi è la terapia farmacologica (es. i sostituti della nicotina) e la terapia comportamentale o psicologica. Se le 2 terapie vengono combinate il risultato sarà migliore.

Perchè dare nicotina a chi vuole smettere? Il motivo, lo abbiamo accennato prima, la nicotina è una droga pertanto nel momento in cui ci si astiene dal fumare ci mancherà ed avremo quel corredo sintomatologico di cui abbiamo parlato.

Per aiutare il paziente a superare la crisi di astinenza da sigaretta possiamo utilizzare dei presidi quali:

  • le gomme da masticare
  • i cerotti, l’inhaler e le compresse sublinguali

mediante i quali viene rilasciata una bassa quantità di nicotina in modo da alleviare gli stimoli che spingono a fumare.

Le dosi di nicotina che si assumono sono quindi controllate, sicuramente inferiori a quelle contenute nelle sigarette, si assumonno per un breve periodo di tempo e soprattutto si evitano le altre 4000 sostanze nocive presenti nelle sigarette. In ogni caso è bene che la terapia sostitutiva sia consigliata e seguita poi da personale sanitario competente quale il medico di medicina generala, lo specialista.

Deve essere effettuata per almeno 2 mesi a dosaggi pieni e poi a scalare. Infatti questi presidi aumentano la loro efficacia se sono sostenuti dai consigli e dell’aiuto del medico o quando vengono asociati ad una terapia di supporto psicologico.

COSA AVVIENE NEL TUO CORPO QUANDO SMETTI DI FUMARE

  • la pressione arteriosa tende a normalizzarsi
  • il livello di monossido di carbonio nel sangue, scende verso la norma e s’incrementa il livello di ossigeno
  • i tuoi capelli, la tua pelle e il tuo alito non hanno più l’odore del fumo
  • il tuo senso del gusto e dell’olfatto migliorano
  • la respirazione migliora, aumenta la capacità polmonarte: hai sfrattato la nicotina dal tuo corpo
  • tosse, fatica e respiro corto diminuiscono. Le ciglia vibratili del tuo apparato respiratorio (in pratica hanno il ruolo di spazzino), precedentemente paralizzati dal fumo, tornano in azione e con loro la capacità di combattere le infezioni.
  • dopo 5 anni: il rischio di decesso per tumore polmonare si riduce progressivamente del 50% circa, diminuisce il rischio di sviluppare tumori in altre sedi anatomiche: bocca, esofago, faringe, laringe, reni, vescica e pancreas. Per le coronarie il rischio si riduce gradualmente
  • dopo 10 anni: il rischio di decesso per tumore polmonare è paragonabile a quello di una persona che non ha mai fumato.

Lega italiana per la lotta contro i tumori.

www.fumo.it

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RACCOMANDAZIONI PER LA CONTRACCEZIONE DI EMERGENZA-LA PILLOLA DEL GIORNO DOPO.


PRAGA

PRAGA

COS’E’ LA CONTRACCEZIONE D’EMERGENZA (CE)

Con il termine contraccezione d’emergenza (CE) si intende il ricorso a metodi contraccetivi atti ad evitare l’insorgenza di una gravidanza non desiderata a seguito di un rapporto sessuale non protetto.

La CE può essere di tipo farmacologico (ormonale, usando la cosiddetta pillola del giorno dopo), oppure non farmacologico (che consiste nell’inserimento di un dispositivo intrauterino – IUD “intra-uterine device” o spirale).

Il termine emergenza sottolinea che tale forma di contraccezione deve rappresentare una misura occasionale e non sostituire un regolare metodo contraccetivo.

RACCOMANDAZIONI PER L’USO DELLA CE

La formulazione orale attualmente più impiegata ha come principio attivo il levonorgestrel (nomi commerciali: Levonelle o Norlevo). Le confezioni in vendita contengono: 1 compresa da 1,5 mg da assumere in un’unica somministrazione.

  • La compressa va assunta al più presto possibile, preferibilemnte entro 12 – 24 ore, dopo il rapporto a rischio e non oltre le 72 ore (3 giorni). Comunque, bisogna sempre ricordare alla paziente che più è lungo l’intervallo minore è l’effetto della pillola.
  • l’efficacia della pillola del giorno dopo sale al 95% se viene assunta entro 24 ore dal rapporto e diminuisce fino ad annullarsi oltre le 72 ore. Inoltre, l’efficacia varia a seconda del momento del ciclo in cui si trova la donna: più vicina è l’ovulazione minore l’efficacia
  • Norlevo può essere assunta in qualsiasi momento durante il ciclo mestruale. in caso di vomito entro le 3 ore dall’assunzione della compressa, deve essere assunta immediatamente un’altra compressa.
  • L’uso di CE non controindica la prosecuzione di una contraccezione ormonale regolare.

Il dispositivo intrauetrino o IUD:

L’utilizzo di un dispositivo intrauterino dopo un rapporto sessuale, è usato occasionalmente come alternativa alla contraccezione di emergenza ormonale, se esistono controindicazioni relative per steroidi ad alto dosaggio o se una donna ricorre alla contraccezione dopo più di 72 ore dal rapporto sessuale. Poichè sono disponibili preparazioni contenenti solo levonorgestrl, il dispositivo intrauterino va riservato probabilmente alle donne che ricorrono alla contraccezione dopo le 72 ore.

L’inserimento dello IUD può essere usato come contraccetivo di emergenza fino a 5 giorni dal rapporto sessuale non protetto. Inoltre, è in grado di evitare l’insorgenza del 99% delle gravidanze. Questa CE agisce prevedendo la fecondazione e riducendo il numero e la motilità degli spermatozoi. Inoltre, questo metodo è particolarmente utile per le donne che desiderano praticare la contraccezione a lungo termine.

  • Lo IUD non è raccomandato nelle donne con un’anamnesi di malattia infiammatoria pelvica recente
  • nelle donne a rischio di malattie trasmesse sessualmente (MTS), l’inserimento di uno IUD dovrebbe essere coperto con una terapia antibiotica ad ampio spettro,

SPECIALI AVVERTENZE E PRECAUZIONI PER L’USO

  • è necessaria una precsrizione medica
  • è necessario utilizzare un altro metodo contraccetivo dopo la comparsa delle mestruazioni,
  • le mestruazioni successive possono assumere carattere emorragico,
  • non può essere utilizzata regolarmente nè ad intervalli ravvicinati,
  • l’azione contraccetiva è limitata al solo rapporto avuto prima dell’assunzione,
  • la CE non è sempre efficace nel prevenire la gravidanza, specialmente se vi è incertezza su quando è avvenuto il rapporto non protetto.

MECCANISMO D’AZIONE

Il meccanismo d’azione del levonorgestrl comprende sia un effetto d’inibizione dell’ovulazione sia un effetto anti-spermatozoo (riduzione del numero degli spermatozoi presenti nella cavità uterina, innalzamento del pH del fluido uterino e aumento della viscosità del muco cervicale, con conseguente immobilizzazione degli spermatozoi. E’ dubbio un effetto sull’endometrio (le cellule della parete interna dell’utero) in senso antiannidamento dell’ovulo fecondato. Secondo l’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITA’ (OMS) la gravidanza inizia con l’impianto: il levonorgestrl assunto come contraccezione d’emergenza non è in grado di interrompere una gravidanza in cui l’impianto è già avvenuto; per questo è considerato dell’OMS un farmaco contraccettivo e non abortivo. Se la gravidanza è già iniziata esso risulta inefficace e il suo uso non può produrre effetti dannosi sull’embrione. Al regime di dose utilizzato, non ci si aspetta che levonorgestrl induca modificazioni significative dei fattori della coagulazione, né del mtabolismo dei lipidi e dei carboidrati.

PROPRIETA’ FARMACOCINETICHE

Levonorgestrel è eliminato dal rene (60-80%) e dal fegato (40-50%). Dopo somministrazione orale di 1,5 mg di levonorgestrl, l’emivita plasmatica del prodotto è stimata a 43 ore. I massimi livelli plasmatici di levonorgestrl sono raggiunti entro tre ore dalla somministrazione.

EFFETTI COLLATERALI

Il levonogestrl in generale è considerato privo di gravi controindicazioni, poichè il tempo di utilizzo è molto breve, Tuttavia è indispensabile un’accurata valutazione anamnestica ed un’attenta analisi del rapporto rischio beneficio.

  • Nausea e vomito. Molte donne lamentano una sensazione di malessere (astenia, affaticamento, cefalea)
  • tensione mammaria
  • dolore addominali
  • modificazioni del ciclo mestruale successivo: molte donne sperimenteranno un ritardo di più di 3 giorni nell’inizio del ciclo mestruale successivo, altre presenteranno la mestruazione in anticipo. Nella maggior parte delle donne, comunque, le mestruazioni si verificano alla data prevista.

CONTROINDICAZIONI

  • Non usare questo farmaco in caso di ipersensibilità verso il levonorgestrl e verso qualcuno degli incipienti,
  • l’assunzione di CE è sconsigliata in caso di precedente gravidanza extrauterina e pregressa salpingite,
  • sindrome di grave malassorbimento intestinale, come la malattia di crohn, può compromettere l’efficacia di Norlevo,
  • è sconsigliato nei pazienti con disfunzione epatica grave.

INTERAZIONI CON ALTRI FARMACI

L’uso concomitante di alcuni farmaci usati per l’epilessia (fenitoina, fenobarbital, primidone e carbamazepina), per la tubercolosi (rifabutina, rifampicina), contro l’HIV (ritonavir), antibiotici/antimicotici (griseofulovina) e preparazioni a bse di Hypericum perforatum (erba di San Giovanni) possono ridurre o annullare l’efficacia di questo anticoncezioanle d’emergenza.

GRAVIDANZA E ALLATTAMENTO

Il farmaco non è indicato in caso di gravidenza già in atto e non può interrompere la gravidanza stessa. In caso di insuccesso di questo metodo contraccetivo, con prosecuzione della gravidanza, studi epidemiologici hanno indicato che i progestinici non hanno effetti indesiderati di tipo malformativo sul feto. Non sono note le conseguenze per il neonato in caso di assunzione di dosi superiori a 1,5 mg di levonorgestrl. ALLATTAMENTO: E’ possibile allattare dopo aver assunto questo farmaco, tuttavia, poichè il levonorgestrl è secreto nel latte, si consiglia di allattare immediatamente prima di assumere le compresse di Norlevo e di omettere l’allattamento succevivo all’assunzione di norlevo per almeno 6 ore.

IN EUROPA

Mentre l’Italia ha preceduto solo nel 2000 a registrare la pillola del giorno dopo come farmaco vendibile dietro ricetta medica, negli stessi anni in molti dei paesi Europei (Francia, Gran Bretagna, Belgio, Danimarca, Finlandia, Norvegia, Portogallo…..), in Canada (Québec) e negli USA la vendita è stata svincolata dalla necessità di ricetta, per cui è possibile per le donne ottenere il farmaco in tempo utile, proprio nei periodi di maggiore necessità (weekend e giorni festivi). Ciò non ha comportato nè una diminuizione del normale ricorso ai contraccetivi pre-coitali, nè un aumento dei comportamenti sessuali a rischio e delle infezioni sessualmente trasmessa.

Parco Regionale dei Sassi di Roccamalatina – Modena.

Cliccare il link sotto, per leggere l’articolo.

LA PILLOLA ANTICONCEZIONALE: INFORMAZIONI PER LE PAZIENTI.

Parfumerie Fragonard-Grasse.

NUOVO FARAMCO ANTICONCEZIONALE D’EMERGENZA: ULIPRISTAL (ELLAONE)

Di recente è disponibile il nuovo farmaco per la contraccezione d’emergenza a base di Ulipristal acetato,  da assumere fino a 5 giorni dal rapporto a rischio di gravidanza indesiderata.
L’Ulipristal 30 mg è un modulatore selettivo del recettore del progesterone, la sua azione principale è quella di inibire o ritardare l’ovulazione. In sostanza, riduce la possibilità di incontro dell’ovulo e degli spermatozoi, rendendo potenzialmente non fertile il rapporto a rischio. Non solo, se assunto immediatamente prima dell’ovulazione, può essere ancora in grado di posticipare la rottura del follicolo.
La nuova pillola va assunta il prima possibile e non oltre le 120 ore del rapporto non protetto, subito dalla donna in condizione di violenza o costrizione oppure nel caso in cui la donna sia consapevole di un errore nell’uso di un altro metodo contraccettivo (ad esempio, quando la donna ha dimenticato di assumere 2 0 3 o più pillole anticoncezionali, se c’è stato un distacco del cerotto, la rottura di un preservativo).

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