VACCINI


PREVENAR 13 (PCV13) (VACCINO ANTIPNEUMOCOCCICO):

La vacciazione antipneumococcica può essere fatta simultaneamente alla vaccinazione antinfluenzale.
Può anche essere somministrata indipendentemente e in qualsiasi stagione dell’anno, anche perchè mentre l’antinfluenzale deve essere ripetuta ogni stagione, LA VACCINAZIONE PNEUMOCOCCICA viene somministrata secondo le attuali indicazioni in dose singola una sola volta nella vita. Ed è un vaccino autorizzato per tutte le fasce di età.

PRIMA fare il PCV13 che può dare i migliori vantaggi immunologici derivanti dal fatto di essere un vaccino coniugato e puoi fare il PPV 23.
Dopo la vaccinazione con il PCV13 bisogna aspettare 12 mesi per fare il PPV23 e viceversa.
COMUNQUE, una dose di PPV23 divrebbe eventualmente seguire e mai procedere quella di PCV13.

PNEUMOVAX e ZOSTAVAX non devono essere somministrati contemporaneamente poichè in uno studio clinico l’uso concomitante ha comprtato la riduzione dell’immunogenicità di ZOSTAVAX. Pertanto, si deve considerare di separare la somministrazione dei due vaccini di almeno 4 settimane.

Lascia un commento

Archiviato in VACCINO ANTINFLUENZALE.

INFORMAZIONI SULLA MENINGITE MENINGOCOCCICA E SULLE VACCINAZIONI ANTIMENINGOCCICHE.


La meningite è una malattia infettiva acuta, causata principalmente da virus e batteri.
Tra le forme batteriche, la più temuta è causata dal meningococco (Neisseria Meningitidis), di cui esistono diversi ceppi, diversamente diffusi nei continenti.
Solo alcuni di essi (A, B, C, W135, Y e X) possono dare luogo a forme severe di malattia.

In Italia l’incidenza della malattia è più diffusa che in Europa e riconosce due picchi:
Il primo picco, il maggiore, si verifica nei bambini fino a 4 anni (4,3 casi/100.000),
un secondo picco, molto più basso, nell’età 15-24 anni (<1/100.000), per diminuire progressivamente dopo i 25 anni.

La maggiore parte dei casi, è sostenuta dai ceppi B e C.
Il ceppo (o siero gruppo) B colpisce prevalentamente i bambini molto piccoli (con un picco di incidenza a 4-8 mesi)
Il ceppo C vede due picchi di incidenza: nella popolazione pediatrica al di sotto dei 5 anni e negli adolescenti, giovani adulti.

Il meninigococco è presente nelle prime vie aeree di molte persone (sono portatori il 20-30% dei bambini e il 5-10% degli adulti) senza che si manifesti alcun problema.

La trasmissione dell’infezione avviene, in genere, per contatto diretto, stretto (ravvicinato) e prolungato tra soggeti infetti e/o portatori e soggetti sani attraverso goccioline di saliva e/o secrezioni nasali.

Ambienti chiusi e sovraffollati favoriscono la trasmissione del batterio e l’instaurarsi della malattia.

In alcuni casi, per cause non chiare ma legate ad una deflessione anche temporanea del sistema immunitario, il meningococco può diffondersi nell’organsimo fino a colpire le meningi, dando origine a meningite.

La malattia si presenta dopo un periodo di incubazione che varia da 2 a 10 giorni (in media 3-4 giorni) con comparsa improvvisa di febbre, nausea, a volte associata a vomito, rigidità nucale, fotosensibilità (sensibilità dell’occhio alla luce) e stato mentale alterato.

Le infezioni gravi sono poco frequenti, (il 10% dei casi è mortale e nel 10-20% si hanno esiti permanenti nei sopravvisuti):

Le possibilità di cura sono tuttavia migliorate: se individuata precocemente e tempestivamente trattata l’evoluzione della malattia è favorevole.

La maggiore parte dei casi si presenta in forma sporadica (ossia come nei casi isolati).

La meningite meningococcica è una malattia prevedibile mediante vaccinazione.
Esistono essenzialmente tre tipi di vaccini:
VACCINO CONIUGATO ANTIMENINIGOCOCCO C: nella Regione Emilia-Romagna è stato sostituito del vaccino coniugato tetravalente:
VACCINO CONIUGATO TETRAVALENTE (ACW135Y): conferisce immunità di lunga durata nei confronti della meningite C e dai sierogruppi A, Y e W135 (questi ultimi diffusi specialmente in Africa e Asia).
Questo vaccino oltre a conferire una protezione individuale verso la meningite sostenuta dai quattro sierogruppi, riduce il numero di portatori sani e quindi il rischio di diffusione del microrganismo.
La vaccinazione: costituita da una dose di vaccino) viene offerta gratuitamente e attivamente ai lattanti a 12-15 mesi e agli adolescenti a 13-14 anni per coprire le fasce di età nelle quali è più frequente la malattia.
La vaccinazione è inoltre, indicata e offerta gratuitamente a soggetti affetti da patologie che determinano una compromissione della risposta immunitaria, es: asplenia, trapianti di midollo, emoglobinopatie, ecc) come indicato nella nota regionale.
VACCINO (rDNA) ADSORBITO ANTIMENINGOCOCCO B: indicato per la protezione nei confronti della malattia menigococcica invasiva causata dal meningococco di gruppo B nei soggetti di età pari o superiore ai due mesi. Questo meningococco trova maggiore diffusione in Europa e Nord America.La vaccinazione (è costituita da un numero di dosi diverso a seconda dell’età del soggetto) è stata inserita nel Calendario Vaccinale Regionale a partire dal 2017: il vaccino è offerto attivamente e gratuitamente ai nuovi nati (3 dosi a partire dal 4 mese, più una dose dopo l’anno di età).
Ne
i soggetti a partire dai 2 anni di età, la vaccinazione è costituita da 2 dosi di vaccino a distanza di almeno 2 mesi l’una dall’altra.
La vaccinazione non è consigliata oltre i 50 anni di età.

Servizio Sanitario Regionale
Emilia-Romagna

Lascia un commento

Archiviato in MALATTIE INFETTIVE.

VADEMECUM PER IL PORTATORE DI PM-ICD.


DOPO IMPIANTO:

  • Non muovere la spalla, non alzarsi, non girarsi sul fianco sinistro per 24/48 ore.
  • Non alzare il braccio sinistro più di 90° per il prossimo mese
  • Non bagnare la medicazione sino alla rimozione punti di sutura
  • Non esporre la ferita al sole finchè non sia ben cicatrizzate (circa 2 mesi)
  • Non esporsi al sole nelle ore più calde senza proteggere la zona del dispositivo

NEL FUTURO DOVRA’:

  • Tenere il cellulare a distanza di circa 15 cm dalla spalla (sede dell’impianto del dispositivo) e conversare con l’orecchio controlaterale………… non posizionarlo nel taschino della giacca/camicia
  • Non sostare tra le colonne antitaccheggio dei supermercati
  • Avvisare il prorpio istituto di credito o l’aeroporto che si è portatore di PM-ICD e non sostare nelle vicinanze rilevatori metal-detector
  • Stare a circa 20 metri dai fili dell’alta tensione
  • Non utilizzare la saldatrice ad arco
  • Non eseguire ionoforesi e magnetoterapia
  • Non eseguire la risonanza magnetica, se non si ha un dispositivo compatibile e solo in certe condizioni che vanno valutate dal suo cardiologo curante
  • Si possono eseguire: radioterapia, cardioversione elettrica, TENS, litotrissia, interventi con bisturi elettrico e strumenti dentistici solo in ambiente sanitario, previo controllo ed autorizzazione da parte dello specialista cardiologo.

 

Lascia un commento

Archiviato in CARDIOLOGIA.

SUGGERIMENTI DIETETICI PER IPERTRIGLICERIDEMIA.


I trigliceridi (TRG) sono grassi (lipidi) circolanti nel sangue, provenienti in parte dalla dieta ed in parte dalla liberazione di lipidi dalle cellule adipose ed epatiche.
Nell’organismo svolgono una importante funzione di riserva energetica. Una concentrazione elevata di TRG rappresenta un fattore di rischio cardio-vascolare. Le fonti alimentari di TRG sono rappresentate dai carboidrati, piuttosto che dai garssi dei cibi, in quanto gli zuccheri non hanno un sistema di immagazzinamento efficace (solo un pò di glicogeno riesce ad essere contenuto nel fegato e nei muscoli), mentre per i lipidi lo stoccaggio è più adeguato. per tale motivo i carboidrati assorbiti vengono trasformati in  TRG nel fegato e poi inviati alle cellule adipose. In situazione quali il diabete o l’insulino-resistenza questo meccanismo si inceppa, per cui si ha accumulo di TRG nelle cellule adipose (epatosteatosi) ed eccesso di lipidi nel sangue (ipertrigliceridemia).

ALIMENTI DA EVITARE:
ZUCCHERI IN GENERALE:
Zucchero bianco e di canna, miele, fruttosio e dolcificanti a base di zucchero di frutta, dolciumi, gelati, bibite zuccherine gasate e non, marmellate e confetture.
FRUTTA IN GRANDI QUANTITA’: gli zuccheri della frutta aumentano i TRG, per cui occorre limitarsi a 2 frutti freschi al di. Prestate attenzione alla frutta molto ricca di zuccheri (fichi, cachi, uva, mandarini), che va consumata in maniera saltuaria. Evitare la frutta secca zuccherina (frutta disidratata).

VINO, AMARI, DIGESTIVI, APERITIVI E BIRRA:
L’alcol determina la produzione di TRG da parte del fegato, per cui l’assunzione di bevande che lo contengono va eliminata. L’inserimento di piccole dosi di bevande alcoliche in maniera saltuaria va concordata col medico e solo in particolari situazioni.

BEVANDE ZUCCHERINE, GASATE E NON:
Se proprio non si riesce ad evitarne il consumo preferire le bibite light o quelle dolcificate con dolcificanti diversi dal fruttosio.

ALIMENTI DA USARE CON MODERAZIONE:
PANE, PASTA E RISO: Vanno consumati evitando porzioni abbondanti, in quanto i carboidrati complessi che li compongono, una volta digeriti, liberano zuccheri semplici. Stesso discorso vale per le patate.

GRASSI DI CONDIMENTO: limitare il consumo di olio usato crudo a 3-4 cucchiai al di, preferendo quello extra-vergine di oliva o gli oli di semi monosemie (arachidi, girasole, mais, soia e riso).

MAIONESE, SALSE VARIE: sono alimenti spesso ipercalorici, da usare in maniera limitata.

ALIMENTI LIBERI:

VERDURE VARIE: cotte e crude, possono essere consumate liberamente, anche in quantità elevate.

FONTI PROTEICHE (CARNE, PESCE, UOVA, LEGUMI, LATTE E FORMAGGI): assunzione libera di tali alimenti, facendo attenzione ad aumentare il consumo di pesce (che contiene grassi della serie omega-3, in grado di abbassare i TRG).

BEVANDE NON ZUCCHERATE: Acqua, tisane, orzo e karkadé.

U.O Dietologia e Nutrizione clincia P.O Bellaria-Maggiore.

Lascia un commento

Archiviato in DIETE - PREVENZIONE E STILI DI VITA.

INTERAZIONI CON LA LEVOTIROXINA (EUTIROX)


Il numero di pazienti trattati con tiroxina è aumentato nel tempo. Poichè l’ipotiroidismo, che riconosce nella tiroidite di Hashimoto o autoimmune la causa più frequente, presenta sintomi e segni aspecifici, è necessario confermare la diagnosi attarverso un esame di laboratorio.
Dal momento che il TSH è totalmente sensibile alla concentrazione plasmatica della frazione libera degli ormoni tiroidei, la sua misurazione viene utilizzata per valutare l’adeguatezza della terapia sostitutiva con levotiroxina.

Molti fattori possono aumentare la richiesta di dosaggio di levotiroxina in un paziente. Tali fattori includono la compliance del paziente, interazioni farmacologiche e malattie da malassorbimento.
Il suo assorbimento dipende dal pH e in media il 60-80% della dose somministrata raggiunge il circolo sistemico in 3 ore.

Il massimo beneficio si ottiene assumendo la tiroxina un’ora prima di fare colazione. Ciò serve ad assicurare il massimo dell’acidità gastrica ai fini dell’assorbimento.

E’ noto che determinati farmaci (amiodarone, litio e iodio) alterano lo stato tiroideo. Si ritiene che altri farmaci si interagiscono con la levotiroxina alterandone l’assorbimento.
Alcuni studi hanno dimostrato che la simultanea somministrazione di levotiroxina e ferro solfato causa una recidiva dello stato ipotiroideo in alcuni pazienti. Anche gli estrogeni possono alterare i livelli circolanti della frazione libera degli ormoni tiroidei, per cui spesso è necessario aumentare la dose per compensare il loro effetto.
Anche il carbonato di calcio, impiegato come antiacido o per ridurre il rischio di osteoporosi in menopausa, può ridurre i livelli circolanti di ormoni tiroidei, causando un aumento dei livelli sierici ci TSH.

Tuttavia, trattandosi di piccoli trial clinici o di studi relativi a casi riportati, è difficile stabilire se i risultati possano essere trasferiti alla popolazione generale.
Inoltre partendo dal presupposto che la tiroxina necessita di uno specifico pH gastrico per essere assorbita al meglio, anche gli inibitori di pompa protonica (IPP) potrebbero avere un effetto sulla tiroxina.
Proprio per determinare quali farmaci alterano l’assorbimento e/o il metabolismo della levotiroxina e per stabilire quale percentuale di pazienti possa risultare coinvolto in queste interazioni, è stato condotto uno studio pubblicato sulla rivista Clinical Endocrinology.

Si tratta di un’analisi retrospettiva sulla popolazione che ha collegato i dati di laboratorio con i dati di prescrizione tra l’1 gennaio 1993 ed il 31 dicembre 2012.
La popolazione in studio era rappresentata dai residenti in Tayside (età >18 anni) cui era stata prescritta la levotiroxina in almeno 3 occasioni, in un periodo di 6 mesi, prima di iniziare il farmaco in studio (N=10.999). I soggetti rappresentavano i controlli di se stessi, prima e dopo l’inizio del farmaco in studio (ferro, IPP, glucocorticoidi, calcio, anti-H2, DMARDs, estrogeni e statine).

  • L’età media di questa popolazione era pari a 58.1 anni; (8.977 (81.6%) erano di sesso femminile e 1.311 (11.9%) erano affetti anche di diabete.
  • Su 10.999 pazienti, 6.482 erano in trattamento concomitante con un farmaco in studio e 3.809 erano in terapia con una dose costante di tiroxina per almeno 2 anni.

Durante l’anno precedente al trattamento con il farmaco in studio non sono state osservate alterazioni statisticamente significative nei livelli di TSH in tutti i gruppi con una sola eccezione. prima di iniziare il trattemnto con estrogeni, i pazienti in questo gruppo avevano una riduzione media della concentrazione di TSH di 1.47 mU/L (p=0.008), nonostante la dose di tiroxina fosse costante.

  • In ciascuna analisi il numero di pazienti variava da 96 pazienti in trattamento con (DMARDs) a 1.944 pazienti con statine.
  • Come valore basale di TSH è stato utilizzato il valore ottenuto nella più recente misurazione della concentrazione sierica prima dell’inizio dello studio.
  • E’ stato osservato un aumento statisticamente significativo del livello sierico di TSH rispetto al basale in associazione a 4 farmaci in studio: ferro, IPP, calcio ed estrogeni.
  • E’ stata osservata una riduzione statisticamente significativo del livello sierico di TSH in pazienti in trattamento con statine. Non sono state riscontrate modifiche statisticamente significative in pazienti che asumevano glucocorticoidi, anti-H2 o DMARDs.
  • Nel sottogruppo di pazienti con una dose costante di levotiroxina per almeno 2 anni (n=3.809), gli stessi 4 farmaci (ferro, IPP, calcio ed estrogeni) sono stati associati ad un aumento statisticamente significativo della concentrazione di TSH.

In particolare è stato osservato quanto segue:

  • Un aumento di <5 mU/L nel 7.5% dei pazienti trattai con ferro, nel 5.6% di quelli con IPP, nel 4.4% di quelli con calcio e nel 43% nel gruppo con estrogeni.
  • Una riduzione statisticamente significativa della concentrazione di TSH <5 mU/L nel 3.7% dei soggetti esposti a statine.
  • Nessuna modifica statisticamente significativa nei pazienti con glucocorticoidi, anti-H2 o DMARDs.

In sintesi

In questo ampio studio basato sulla popolazione è stata evidenziata la possibilità di un’interazione tra levotiroxina e ferro, calcio, IPP, statine ed estrogeni, per cui questi farmaci possono alterare l’efficacia della levotiroxina.

Per tale motivo:

  • Bisogna monitorare attentamente le concentrazioni di TSH nei pazineti esposti a questi farmaci, in quanto un trattamento non adeguato può alterare la loro qualità della vita.
  • E’ opportuno che i pazienti in trattamento prolungato con levotiroxina assumono questo farmaco 1 ora prima o 4 ore dopo un pasto o l’assunzione di ferro e calcio e ciò al fine di garantire che l’assorbimento della levotiroxina non sia alterato dalla somministrazione concomitante di altri farmaci, tra cui anche estrogeni ed inibitori di pompa protonica.

Irving SA et al. Drugs that interact with levothyroxine: an observational study from the Thyroid Epidemiology, Audit and Research Study (TEARS). Clin Endocrinol (Oxf) 2015; 82: 136-41.

farmacovigilanzasif.org: a cura di Alessandro Russo, UOSD Farmacologia Clinica. AOU “G. Martino” Messina.

Lascia un commento

Archiviato in TIROIDE.

Raccomandazioni della Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) sull’uso della vaccinazione antinfluenzale nei pazienti con neoplasia.


La vaccinazione antinfluenzale in pazienti oncologici è sicura, minimamente invasiva e ha costi contenuti.
Va utilizzata ampiamente sia nel paziente in corso di trattamento attivo (chemioterapia e terapie a bersaglio molecolare) che nei soggetti non trattati.
Sebbene il momento ottimale in cui somministrare il vaccino in corso di terapia non sia definito, è suggerita la somministrazione a partire da due settimane dal ciclo di chemioterapia.

La vaccinazione dei familiari vicini al paziente e del personale sanitario è fortemente raccomandata poiché ha significative implicazioni nella riduzione della circolazione del virus e quindi del rischio di infezione dei soggetti più fragili.

Nei reparti di oncologia vanno attivate rigide misure preventive nel caso di pazienti ospedalizzati che manifestino sintomi simil-influenzali.
La terapia antivirale va limitata ai soggetti con infezione documentata o come profilassi in situazioni cliniche specifiche (pazienti selezionati particolarmente immunodepressi).

E’ suggerita la somministrazione di vaccino trivalente inattivo.
I dati sull’utilizzo di vaccino con adiuvante, dosi più elevate di antigene, o una seconda dose di vaccino suggeriscono un incremento della siero protezione ma non sono al momento conclusivi.
E’ stato approvato recentemente dall’agenzia europea il vaccino quadrivalente.

Versione 2013, a cura del Working Group Ricerca Clinica.

Lascia un commento

Archiviato in VACCINO ANTINFLUENZALE.

LA DIAGNOSI DI LABORATORIO NELLA SIDEROPENIA


SIDEREMIA
La sideremia o ferro sierico si riduce allorchè i depositi di ferro sono completamente esauriti e prima che diminuisca l’emoglobina, rappresentando un parametro sensibile allo stadio di lieve deficit di ferro.
Il suo impiego clinico è tuttavia limitato da fattori di natura eterogenea:

  • fattori analitici (metodo utilizzato e presenza di emolisi)
  • ampie variazioni giornaliere (fino al 100% nelle 24 ore in soggetti sani e con valori più alti verso sera, condizionate anche dall’introito alimentare),
  • mancanza di specificità: bassi valori di sideremia si possono infatti, trovare anche in varie situazioni quali gravidanza, infezioni, flogosi acute e croniche, shock, febbre e neoplasie.

Poichè la sua utilità è condizionata da una situazione di alta prevalenza di sideropenia, in situazioni non complicate e aggiungendo poco al valore diagnostico della ferritinemia, si raccomanda di non usare questo test in aggiunta alla ferritina per la valutazione del deficit di ferro. Poichè, per quanto detto, la sideremia può essere facilmente fuorviante, risultando falsamente bassa, si raccomanda di non chiederla isolatamente, ma solo combinata con la capacità totale di legare il ferro (TIBC).

TRANSFERRINA O total iron-binding capacity (TIBC):
La transferrina proteina di trasporto può essere misurata direttamente con metodo immunologico o più frequentemente dedotta come TIBC la quale rappresenta la quantità di ferro aggiunto che può essere legato in modo specifico, cioè dalla transferrina in esso contenuta.
La sintesi della transferrina è regolata dallo stato marziale e quindi aumenta (e indirettamente anche la TIBC) linearmente fino approssimativamente a valori di 400 µg/L nelle situazioni di deplezione dei depositi ed è ridotta quando i depositi sono aumentati.
La sua concentrazione è condizionata anche da altri fattori non correlati allo stato del ferro e che ne limitano l’utilizzo diagnostico: si osserva una riduzione nelle infiammazioni, nelle infezioni, nelle epatopatie, nelle neoplasie, nella sindrome nefrosica e e nella malnutrizione; mentre aumenta in corso di terapia con contraccettivi orali. Risulta pertanto un parametro laboratoristico dell’assetto marziale ma poco sensibile.

SATURAZIONE TRANSFERRINICA (TSAT):
LA TSAT rappresenta la percentuale di siti di transferrina legati dal ferro a quelli totali se le molecole della transferrina fossero tutte saturate, quindi il rapporto tra la sideremia e la TIBC espresso in percentuale.
Ha gli stessi limiti della sidermia e della transferrinemia (variazioni diurne e bassa specificità).

FERRITINEMIA:
La determinazione della ferritina sierica, nonostante questa sia quantitativamente irrilevante rispetto alla ferritina intra-cellulare (meno dell’1%), ma proporzionalmente fedele ha un peso diagnostico fondamentale.
Essa rappresenta infatti, l’indice più accurato per la valutazione dei depositi corporei di ferro, poichè di fatto la concentrazione di ferritina nel siero è strettamente correlata alla quantità di ferritina intracellulare che a sua volta è prodotta in funzione del ferro intra-cellulare.
La ferritina è quindi un indice indispensabile per la valutazione degli stati di deplezione ferrica.
Vi è stretta correlazione tra ferritina e ferro di deposito mobilizzabile: 1µg/L di ferritina corrisponde infatti a 8-10 mg di ferro di deposito.

L’esaurimento dei depositi di ferro si accompagna ad una riduzione della ferritinemia, rendendo tale parametro il più precoce marker di deficit di ferro e la più utile misura capace da sola di informare sullo stato di ferro.
Variazioni significative della ferritinemia si hanno nel corso dell’età e tra i sessi, per cui è necessario utilizzare intervalli di riferimenti specifici.
Nel secondo e terzo trimestre di gravidanza la ferritina si riduce anche quando i depositi midollari sono presenti e anhce in corso di supplementazione di ferro, rendendo poco utile la sua determinazione. Tende inoltre, ad essere più bassa nelle donne rispetto agli uomini, per i più bassi depositi di ferro presenti nelle donne.

Va peraltro sottolineato che la concentrazione sierica di ferritina aumenta indipendemente dai depositi di ferro, perdendo pertanto utilità diagnositica, nelle situazioni in cui si comporta come proteina della fase acuta e come marcatore indiretto di replicazione tumorale: infiammazione, infezioni, neoplasie, epatopatie.
Aumenta inoltre nell’alcolismo, nelle trasfusioni, nelle terapia marziali per os, nell’ipertiroidismo e con i contraccettivi orali.

Devant une anémie hypochrome, le dosage de la ferritine permet de distinguer les anémies hypochromes par carence martiale (ferritine basse) des anémies inflammatoires (ferritine >800 µg/L). 

RACCOMANDAZIONI

  • L’impiego della richiesta isolata di sideremia NON trova giustificazione, poichè essa da sola non è un parametro specifico di sideropenia, è soggetta ad estrema variabilità e costituisce una misura incompleta dell’assetto lipidico.
  • La transferrinemia o total iron binding capacity (TIBC), se isolatamente considerata, non rappresenta un indicatore compelto dell’assetto marziale.
  • La ferritinemia è un inidcatore accurato dei depositi marziali nell’organismo ed è il parametro di laboratorio che, pur preso da solo, consente meglio degli altri parametri l’identificazione della condizione di sideropenia. Essa consente inoltre la verifica della correzione della sideropenia dopo opportuna reintegrazione marziale.
  • Limiti della ferritina sierica nella definizione dello stato carenziale di ferro sono gli stati flogistici cronici e le patologie neoplastiche, ove livelli elevati della ferritinemia, correlati al sequestro macrofagico di ferro, si accompagna ad inadeguato sviluppo dell’eritrone (anemia da disordini infiammatori cronici).
  • Il ricorso al dosaggio del recettore solubile della transferrina va limitato solo al percorso diagnostico differenziale tra anemia sideropenica e anemia da stati infiammatori cronici, in combinazione con la richiesta della ferritinemia. I livelli di sTfR sono ridotti nella sideropenia e normali negli stati flogistici: la mancanza di standardizzazione di tale parametro NON ne rende tuttavia giustificabile la richiesta routinaria.

CONTINUA

diagnosi e cura

Lascia un commento

Archiviato in EMATOLOGIA.